A secco in Cambogia

Il dolore ai piedi di stamattina mi riporta a Siem Reap e al massaggio che mani esperte dedicano a piedi sfiniti da Angkor Watt. Sono bravi e veloci a riceverti quando si tratta di fisioterapia. Molto meno a far fronte a intoppi pratici.

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Difficile tutto, anche il problema di come raggiungere Angkor, dal momento che la Las Vegas cambogiana che ci ospita si trova a una decina di chilometri dal complesso templare. Il modo più facile è il classico carretto trainato da un cinquantino, un vecchio calesse con un due ruote messo al basto. Questo mezzo di trasporto può sfrecciare su un terreno bombardato tagliando per scorciatoie nei boschi dove spesso si rimane arenati nella sabbia e si scende a fare leva per riavviare il bolide. Oggi no, grazie. Ho lo stomaco sottosopra.
Abbiamo anche optato l’opzione motorino in 3, più comodo senza dubbio e, felici dell’esperienza, ricontrattiamo il nostro centauro per l’ultima visita. Lui non sarà stato così comodo lì davanti e si presenta, camicia stirata e con capello gelatinato, con un suo amico, personaggio di dubbie credenziali, senza una parola d’inglese e con le mani sporche di motore. Accettiamo e a me, che tutti mi conoscono per saper comunicare a gesti, tocca andare con il nuovo venuto.
2014-04-16-16-56-22Il tipo per la strada mi spiega delle cose di Siam Reap, la cittadina cosmopolita grazie alla sua vicinanza alla grande meraviglia cambogiana. A un certo punto ci dobbiamo fermare al rutinario controllo delle entrate ai Templi di Angkor. Abbiamo un pass di 3 giorni che ti controllano come quando vai a Vinitaly. Continuiamo sulla lunga strada dritta che dal check post porta, dopo una decina di chilometri, a  quegli abbracci tra alberi e templi. Neanche passati due minuti e il tipo accosta, sembra che si sia inceppato il motore. Tenta di spiegarmi quale sia il problema, ma io non lo voglio capire e invece è proprio così: mi indica il tappo della benzina. A quel punto, da bravo cambogiano, il tipo è perduto, il suo sguardo rivela un pesce rosso che non sa da dove uscire. Chiama col suo telefono amici che non gli rispondono. Io perdo le tracce della mia compagna di viaggio, sparita nella polvere col pilota imbellettato. E cado nello sconforto anch’io. Il mio telefono è fuori uso, il mio driver non ha assi nella manica. Migliaia di persone passano di lí, macchine, tuc tuc, biciclette…  Nessuno si ferma, nessuno degna quest’uomo di uno sguardo. M’intenerisco, capisco che non c’è mala fede. Che il ragazzo è solo figlio di una società ingenua e non ancora pronta a lle aspettative di noi occidentali. Che se lui lavora a contatto con persone di tutto il mondo è solo grazie ad Angkor e all’incredibile eredità che ha lasciato alla gente di Siem Reap.

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Decido che sarò io a risolvere il problema. Vedo un signore di una certa età, barba lunga, che conduce una carrozza a bordo della quale una famiglia di cambogiani mangia una ciotola di riso. Gli incrocio lo sguardo, alzo la mano, capisce. Mi precipito allora dall’altra parte della strada sfidando il traffico  di cavalli a motore e gli spiego il problema. Dietro m’insegue il mio Lancillotto. Si parlano in slang e io capisco tutto. Il vecchio gli regala della benzina col sempre attuale sistema dei vasi comunicanti. Si riparte alla ricerca di un benzinaio prima, dell’altro cavallo bianco poi. Troviamo un distributore di bottiglie di carburante e mi sento di nuovo spaesata. Temo di passare la giornata da sola, senza un soldo e a 43 gradi all’ombra. Regalo una scena di nervosismo alla famigliola del benzinaio che impietosita mi regala una cartina della zona laddove non ti regala niente nessuno. E procediamo. Dopo due chilometri spuntano i due. Ecco, finalmente possiamo adorare quei templi che fanno l’amore con gli alberi.

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A secco in Cambogia diAlessia Biasatto è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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