Effetti collaterali della cucina asiatica: India (2°parte)

cucina-asiatica_4Chi ha detto che in India le mucche non si mangiano? Sicuramente qualcuno che non era stato in Kerala oppure a Goa. Mi ricordo ancora il meraviglioso manzo  simil-bourguignonne gustato in un ristorante vicino a Baga, spazzolato via dal piatto come a cancellare anni di carestia. E per la cronaca mi ricordo anche la mozzarella di bufala goana, che non aveva niente da invidiare a quella della Santa Lucia. Ho detto la Santa Lucia,comunque, non quella di Battipaglia.

In ogni caso, chi in India non mangia le mucche ha proprio ragione. E non perchè siano animali sacri. Non perchè “la mucca è come la mamma”, come ci disse uno dei mille autisti. Ma perchè le vacche nei campi brucano la plastica e le immondizie di ogni genere. Non mi stupirei se il loro latte uscisse dalle mammelle in un tetrabrik ammaccato. La sporcizia è ovunque, a volte al di là del raccoglibile e lo stesso vale per la ferraglia dismessa da decenni che gli abbiamo venduto noi dei paesi “già sviluppati”.

cucina-asiaticaGli indiani, da parte loro, non hanno nemmeno un accenno di coscienza ecologica e a volte mi viene da pensare che per quanto qui ci imponiamo la raccolta differenziata lavando addirittura i contenitori, non servirà a niente. Quell’isola a largo del Pacifico e composta di immondizia alla deriva avrà almeno un miliardo e trecento milioni di contribuenti che la renderà prestissimo un sesto continente. Il sub-sub continente indiano.

Diciamo anche che in India queste ed altre visioni nefaste sono state fomentate da una forte, fortissima febbre. E che il delirio che l’ha accompagnata ha avuto un’origine indubbiamente alimentare.

cucina-asiatica_3A volte gli amici mi chiedono: ma cosa avevi mangiato? Io a quel punto non posso che ghignare perché, come ho già detto nella prima parte dell’articolo, qualsiasi cosa in un ambiente in cui pullulano i vibrioni può provocarti un’infezione. Persino grattarti il naso. Tutti gli occidentali che ho incontrato mi hanno raccontato che la prima volta in India non li ha certo graziati. Tutti ricordano di essere stati malissimo e il fatto di mangiare roba fritta nell’olio bollente o carne cotta alla brace davanti ai tuoi occhi funziona solo dopo che ti sei beccato lo squaraus. Se sei guarito e non vuoi un revival, insomma.

La cosa diversa delle febbri indiane, comunque, sono i deliri. Segnalo che nel mio caso sono state inutili anche le vaccinazioni perché l’epidemia che mi ha fregato era di ceppo tifoide pur avendo io seguito la profilassi prima di partire. Per farla breve, una settimana con febbre a trentanove che non scendeva mai nonostante l’antibiotico e l’esperimento di provare cosa sia veramente la fame. Sì perchè nel piacevole resort ayurvedico dove deliravo cucinavano pure bene, ma io mi sentivo male solo al sorseggiare il loro té o la zuppetta d’aglio (antibiotico naturale da tenere comunque in gran conto). In verità, credo di essermi presa sto malanno a causa di una spolveratina di peperoncino che era stato appoggiato contro un germe cattivissimo. Questo prima di finire nelle mie fauci insieme ad un boccone di pizza cotta a legna.

cucina-asiatica_9Comunque, una volta infettata ed in quarantena, insieme alla mia compagna di viaggio, ho vissuto esperienze oniriche che manco l’LSD ti può dare. Ricordo una notte intera in cui non chiusi occhio e vedevo passare sul soffitto polpette al sugo (tipo pecore che saltano la staccionata) e ravioli al gorgonzola. Fuori intanto si sentiva il concerto degli uccelli della giungla ed uno di essi che cantava una melodia simile alla suoneria “british tone” dei cellulari. Il buco nello stomaco dopo giorni di acqua e basta sembrava perforare anche il materasso sotto di me ed io scaricavo la batteria del cellulare guardando ristoranti di Bangkok dove trovare conforto una volta guarita. Anche i galli del vicinato sembravano starati: cantavano a tutte le ore coprendo i gufi ed il fruscio delle palme frondose sferzate dal vento. Unico sollievo, più che il dottore ayurvedico, fu la presenza costante dell’uomo che puliva la piscina, il solo a non maneggiare cibo e pertanto il più fidato, ai nostri occhi. L’arrivo di quel pancione col suo retino e la pompa marcava il passaggio delle giornate interromependo lo scorrere dell’incubo  per una mezzora e tenendoci così ancorate alla realtà.

All’apice della disperazione ti accorgi comunque di quanto sei fortunato ad aver passato una settimana così. Non scherzo… dopo la notte delle polpette,in particolare, apprezzai anche gli elementi più negativi del viaggio che cessarono di essere un ostacolo per finire nel novero delle esperienze altrimenti mai nemmeno immaginate. E’ stato in quel momento che ho smesso di considerarmi una turista per promuovermi a viaggiatrice. Il momento in cui il concetto di itinerario che hai nella testa si sfalda e delicatamente inzia a sbocciare quello di vita assaporata altrove.

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Effetti collaterali della cucina asiatica: India (2°parte) di Alessia Biasatto è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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