L’attivista di Penang 

Bintang in malese vuol dire stella e anche in indonesiano. I due popoli usano molto questo vocabolo e parlano nella stessa lingua infatti… peccato che si detestino, come spesso accade tra vicini stretti. Più che stretti direi separati dallo stretto, quello di Malacca, che ne divide da secoli gli interessi economici e culturali e prende il nome dalla città capitale dell’antico sultanato.

Malacca in passato fu la stella polare per tutte quelle le navi cariche di merci esotiche destinate all’Europa e ancora oggi il suo patrimonio storico e culturale risplende adombrando l’altro lato dell’istmo. I cugini, infatti, ovvero gli indonesiani, hanno ben poche tracce del loro passato coloniale e la fu Batavia, oggi Giacarta, è una metropoli fatiscente e caotica.

Tuttavia, le tradizioni indonesiane e malesi rimangono speculari e una volta di piú ho notato che la lotta per distinguersi dai limitrofi coinvolge popoli non poi cosí diversi, ma che tendono a ossessionarsi sulle diseguaglianze anzichè sulle similitudini. È questo anche il caso di due città, Malacca e Penang, le più antiche della Malesia, che concorrendo insieme pur cementate dalla rivalità, hanno ottenuto l’ambito titolo di patrimonio mondiale dell’ UNESCO.

L’UNESCO, dopo aver rifiutato loro le candidature individuali le ha viste tranquillamente accorpabili, e le ha costrette a fare la pace. Cara ingenua Unesco, sappi che, nonostante la tua egida conciliatrice, le due stelle malesi continuano a detestarsi cordialmente.

Non ho visto Malacca, ma i visitatori stranieri si esprimono largamente a favore di Penang, ex sede della Compagnia delle Indie Orientali e meltin’ pot di molti gruppi etnici che convivono pacifici nonostante le religioni diverse. Esistono Indiani, cinesi, malesi e molti, molti occidentali trasferiti da grandi aziende tecnologiche.

Perché sulle differenze tra concittadini, quindi, si sa chiudere un occhio, mentre i cugini di sangue sono sempre oggetto di faide fraterne? Questi i misteri delle grandi famiglie, asiatiche e non.

Comunque sia, è un piacere esclusivo andare a visitare le case dei ricchi possidenti di un tempo, sempre indiani, cinesi od inglesi, che qui costruirono regge sontuose senza badare a spese.

È in una di queste dimore principesche, edificata rispettando i principi del Feng Shui, che ho appreso le informazioni qui riportate e qui ho conosciuto una vera attivista anti-UNESCO.

Era la guida locale della Blue Mansion e da lei ho saputo che la ONG non dà affatto soldi agli affiliati ma più che altro fa per loro piani di sviluppo. Ero d’accordo con lei sul fatto che i piani dovessero essere confezionati su misura, e non rammendati per due realtà distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra. Sennò ovvio che i polemici denunceranno le specificità trascurate, creeranno rancorose tendenze scissioniste e, a causa delle resistenze burocratiche, arriveranno a scontrarsi a muso duro.

Penang e Malacca digrignano i denti persino quando si tratta di cucina: chi di loro ha il primato della tradizione Nyonya? Non si puo’dire con certezza perchè i piatti sono un mix di cinese, indiano, thailandese e malese. Però rimane sempre da stabilire se questo mix lo sappiano fare meglio a Nord o a Sud.

La nostra guida è partigiana e ci dice che Malacca di sicuro non ha case coloniali della preziosità della Pernakan House o i criteri di costruzione che stiamo vedendo tutto intorno a noi. La Blue Mansion è costruita in discesa, se ne infischia dell’esposizione degli altri edifici e guarda da sola il mare, come volesse voltargli le spalle. L’acqua che entra quando piove, inoltre, e crea spettacolari vortici al centro per scomparire poi di colpo negli scoli. Questo perchè gli elementi della natura si devono tener vivi anche nell’abitazione. È bene contemplare il movimento: tutto trascorre.

È una casa perfettamente simmetrica, dove le scale sono massicce, a ricordare che prima di iniziare una salita deve esserci una base stabile. Ed è blu indigo, soprattutto, come le città di Jaipur e alcuni villaggi del Marocco. Si distingue dal resto, ma lo stesso cerca di non perdere l’armonia con la natura, che è pure parte del resto. Assume la normalità della pioggia nella vita di ogni giorno.

Abbiamo saputo che nello chi point, il punto energetico della casa, fu fatta una proposta di matrimonio da parte di un americano alla sua bella gheisha asiatica. Beh, sembra che l’anello sia caduto e rimbalzando abbia iniziato a girare su sé stesso in una specie di moto perpetuo. Possiamo vederla come un resistere al mescolarsi di culture antitetiche, perchè l’occidente si intromette nell’oriente, oppure come un simbolo del movimento che genera le idee nuove, mescolandole. Quest’ultima, grazie alla fortuna di aver viaggiato tanto, non può che essere la mia interpretazione favorita.

Licencia de Creative Commons
Este obra está bajo una licencia de Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-CompartirIgual 4.0 Internacional.

Sopravvivere al traffico di Bangkok: taxista vecchio fa buon brodo

Una metropoli asiatica a giorno d’oggi ha le ambizioni urbanistiche di una Londra o una New York e diciamo che verticalmente non le disattende mai: basta vedere la gara in corso tra i grattacieli più alti del mondo a Kuala Lumpur, a Shangai ma anche nell’amata Bangkok.

Orizzontalmente, però, almeno quest’ultima mantiene una caoticità automobilistica interrotta solo dalle infinite sopraelevate in costruzione, dal BTS skytrain e dalla benedetta metro MRT. Purtroppo però esse collegano solo la zona più INN della città. La città vecchia e l’area storica dei monumenti sono invece le meno servite dai mezzi pubblici e pertanto rimane un’unica scelta, se a un certo punto della giornata i piedi esplodono e le spalle sono già marchiate a fuoco dalla cannottiera: il dannato taxi.

Dico dannato perchè se già in Europa vige la lotta a non farsi fregare, qui ci sono le aggravanti di una lingua non phonic-friendly, di un alfabeto diverso e di una scarsissima pratica con le mappe occidentali. Già ho trattato il tema della diversità di prospettiva spaziale tra mappe occidentali e orientali, ma non ho ancora detto nulla su chi le legge.

Ebbene, dopo essermi fatta inviare indirizzi scritti in alfabeto thai dagli alberghi e persino dalle applicazioni di prenotazione (ottima come sempre Agoda in tal senso) sono arrivata alla conclusione che c’è una grossa percentuale di tassisti che non sa leggere. E, oltre a questi, molti che fanno la sceneggiata siamese. Sta di fatto che arrivi alla stazione e per farti portare al monumento (gigante) alla Democrazia si riuniscono minimo tre ceffi intorno al tuo telefonino (che non gli molli in mano neanche a morire, nemmeno quando fanno i miopi).Non capiscono, non sanno.

Sarà pure che di democrazia non ne vedono molta, visto che c’è un regime militare, ma farsi portare dove vuoi tu é un’impresa, soprattutto se si è già fatto buio. I taxisti di Bangkok mi sa che adottano, infatti, delle tariffe fotocromatiche, che al sopraggiungere del crepuscolo si esprimono solo in multipli di 100 baht. Io ho lottato con la grinta una campionessa di muay thai per farmi mettere il tassametro, che parte da 35 baht aumentando super lentamente e di pochi centesimi man mano che passano i chilometri.

“Meter!” bisogna dire, puntando i piedi e pronti al combattimento, come quando negli incontri suonano le cornamuse iniziali. Questo lo fate appena loro abbassano il finestrino.

I primi tre, ve lo dico, andranno via brontolando, poi però il quarto -spero- farfuglierá qualcosa che vuol dire “va bene sali” e premerà finalmente il pulsantino sotto il contatore. Con ogni probabilità noterete che il vostro sfidante era un vecchietto macilento. Di quelli che da noi sarebbero già in pensione e vi farà tenerezza per questo, anche perchè lui si attiene timorosamente alle leggi, che per altro esistono.

Infatti di questi tempi i tassisti di Bangkok sarebbero obbligati dal governo a usare il meter ma evidentemente i falchetti magrolini che vi aspettano fuori dalle discoteche di Sukhumvit si sentono sprezzanti del pericolo e ancora si permettono di lasciarvi a piedi. Stimo che in un paio d’anni, visto quanto seriamente la Thailandia militare prende lo sviluppo turistico, questi piccoli bruce lee con la spocchia del loro scarso inglese saranno ricondotti all’ovile.

Intanto però vi consiglio di scegliere il tassista vecchio, che come la gallina fa buon brodo, e magari gli pagate anche la pensione che é scarsina. Se poi scegliete un albergo adiacente a un templio e registrate qualcuno che in Thai ne pronuncia il nome, potreste aver fatto il colpaccio e muovervi per le strade della capitale con la leggerezza aerea di un dragone da cerimonia.

IMG_9978

Licencia de Creative Commons
Este obra está bajo una licencia de Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-CompartirIgual 4.0 Internacional.

Sepang-Sepang: storie malesi di motogp

In un viaggio che si rispetti arriva spesso il momento di noleggiare un motorino. Non importa essere stati scarsi persino con il triciclo, in un’avventura si deve osare e la maggior parte dei lettori sicuramente lo fa.

Lo dico perchè durante le mie vacanze ho visto troppi giovani col braccio fasciato e appeso al collo o con le gambe piagate dalle ustioni. Non è neanche detto che sia colpa del conducente, comunque, perchè spesso ti danno dei carciofoni con le gomme liscie e non si capisce come vadano avanti e sembrino pure nuovi.

Le isole greche, in questo senso, vincono sicuramente la maglia nera: le metto ultime nel primato dei conducenti illesi. In Asia, invece, va un po’ meglio e in Tailandia, per esempio, si trovano mini moto enduro nuove di zecca e a modico prezzo.

Voglio parlare però della mia avventura su due ruote a Penang, in Malesia. L’isola è un magnifico mix tra antico e moderno ma a Georgetown agognavo una due ruote per uscire dall’urbano e percorrerla tutta d’un fiato, al mio ritmo. Volevo una vera moto ma tutto quello che ho ottenuto è stato lo scooterino a marce, truccatissimo, del figlio del negoziante.

Non parlava inglese bene e il gesto internazionale secondo cui uno gira il polso per accelerare e contemporaneamente tira su e giù il piede sinistro non chiariva le me richiesrte.. mi voleva rifilare la solita carretta!

A un certo punto mi viene un’idea: “Sepang! Sepang!” – gli urlo. E lui: AAAAhhhn. Ha capito, finalmente ha capito! Voglio un mezzo degno del motomondiale.

Corre nel retrobottega e io mi frego le mani. Ritorna con uno scooter apparentemente uguale agli altri ma con dello scotch nero a coprire gli indicatori sul cruscotto. Stra-tamarro, penso. Poi vedo che mi mostra felice una pedalina sul fianco sinistro e continuo ad avere dubbi.

Manca la leva della frizione gli dico a gesti. Non serve, mi fa capire. Ha ragione, non serve, se sei uno che sa cambiare sentendo il motore. Va bene, proviamo, rispondo con un’occhiata presuntuosa.

Da come lo fa lui, sgommando davanti al negozio, sembra facilissimo. Peccato che il cambio funzioni al contrario del normale e premendo in avanti si salga di marcia, ohibò. Poi invece per scendere si preme la stessa leva indietro col tallone, tipo altalena per bambini. Ce la devo fare lo stesso, penso, ormai lo ho esaltato con sto “Sepang!” e non posso far fare figuracce alla scuderia italiana.

Per chi ancora non l’avesse capito questo è il nome della pista del motogp in Malesia e a quanto pare ha un sacco di follower, che in seguito mi fermeranno pure per strada per la mia palese somiglianza con Valentino Rossi. Anche per quest’ultimo motivo lascio che l’orgoglio spazzi via la paura e parto salutandolo con la mano orfana della frizione.

Niente, sono sempre stata imbranata quando mi si presenta un’impovvisa variazione tecnica e anche stavolta non mi smentisco. Devo reimpostare le coordinate nel cervello proprio mentre mi trovo a salire delle montagne verde tropicale con pendenza alpina del 10%.

Tacco- punta, tacco punta, memorizzo, come fossi una ballerina di tip tap. Punta quando la due ruote inizia a smarmittare troppo, tallone (cercando di non bruciarsi) quando arriva la bella discesona su cui stridono i freni.

Comunque ste moto sono fatte per chi ha le gambe ad “O” come Lupin e Sampei, oppure quando le usi tanto ti si allunga il tendine d’achille e da lì vai via più sciolto. Li analizzo dalla vita in giú mentre mi sorpassano, io per il momento sono ancora legata nei movimenti e, cercando di mantenere le caviglie ben distanti dai tubi, penso ai pluri-ustionati delle isole greche.

Deglutisco; tornerò tutta intera, e gli succhierò le ruote a sti musi gialli, te lo prometto Valentino… salgo ancora! C’è una parte dell’isola veramente boscosa e scoscesa, dove si trova un altrettanto magnifica tropical fruit farm che consiglio di visitare con tanto di degustazione. Non resisto alla tentazione del mio pit-stop e ne esco due ore dopo piena zeppa di papaya con la pipì da fare ogni 5 minuti dietro alle piantine di ananas.

Il cronometro scorre stancamente e dice che gli sfidanti asiatici mi hanno già doppiato per la terza volta. Sto nella parte più vergine dell’isola e dato che la pole position é persa da un po’, rallento per godermela. Peccato sia anche la zona in cui il gioiellino del figliol prodigo si ferma a tradimento: è finito il carburante.

Siamo onesti, mi aveva detto che con quel pieno avrei percorso l’intero perimetro di gara ma non siamo nemmeno a metà! Ok, non avrò guidato in modalità ecologica ma … É mai possibile!? L’unica cosa è ridere e accettare la ritirata dal mio moto GP.

Ridere e non prendersela perché i malesi sono brava gente e so che qualcuno dei tifosi mi aiuterà anche se non corro in casa. Arriva una signora da un baracchino della frutta, mi dice di non preoccuparmi. Ride con me. Arrivano poco dopo due ragazzini in scooter con una bottiglia piena a un terzo, 3 ringi per arrivare a balik pulau, la pompa di benzina più vicina. Glieli do sorridendo rassegnata perchè stavolta non ho saputo sentire nè il motore nè il nome: non siamo Sepang, no, avevo capito male, siamo solo a Penang!

Licencia de Creative Commons
Este obra está bajo una licencia de Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-CompartirIgual 4.0 Internacional.

Mi rifiuto di visitare Vancouver!

Nella presentazione al pubblico di me stessa ho scritto senza remore “viaggiatrice di secondo pelo”. Questo perché mi considero piuttosto esperta, versatile rispetto alle diverse situazioni incontrate in viaggio e con una buona dose di accettazione delle differenze, data anche dall’età e dall’esperienza.

Devo constatare, tuttavia, che il pelo nello stomaco non mi è ancora cresciuto e certe volte trovo davanti a me situazioni moralmente inaccettabili.

Mi è capitato ad esempio a Vancouver, città sempre descritta come il paradiso di chi ama il contrasto tra mare e cime innevate e meta dei miei sogni rimandati. Oltre a questo, è famosa anche per il clima relativamente mite d’inverno, che richiama migliaia di altri canadesi mezzi congelati dalle rigide temperature della costa est.

Nessuno però ti dice che Vancouver è anche la città dove ha avuto inizio il fenomeno della speculazione immobiliare e della conseguente gentrificazione, che ha lasciato senza casa migliaia di cittadini. Questo perché una crescente quantità di straricchi asiatici ha investito cifre spropositate nelle case del centro, facendo lievitare artificialmente i prezzi (stimabili ora in milioni di euro per pochi mq) e costruendo condomini di lusso e zone ammiccanti al turismo di massa.

Gli sfollati, tuttavia, anche non potendosi più permettere un alloggio degno nella loro città, in molti casi non hanno abbandonato la piazza e vivono in delle specie di tendopoli a pochi passi dal famoso orologio a vapore che i turisti amano fotografare.

Non si tratta, tuttavia, di un organizzato campeggio di indignati che protestano.

Piuttosto, vi sono venute a vivere persone che hanno perso ogni dignità decoro e sono anche cadute nella terribile spirale della tossicodipendenza. Non parliamo di quattro canne e due pastiglie, né di un paio di vie che é meglio evitare.

Vengono a migliaia da tutto il Canada e dagli Stati Uniti, invece, per andarci molto ma molto più pesante. A Vancouver, infatti, l’eroina dilaga senza freni e infesta tutto il lato est del centro storico come una piaga inarrestabile, anche perché viene distribuita gratis dallo stesso Stato della British Columbia.

Sì, avete capito bene: pensano, in questo modo, di tenere alla larga le persone dal Fentanyl, droga killer che ammazza dopo sole poche dosi iniettate. In altre parole la situazione, per numeri e decessi, è decisamente sfuggita di mano e, come spesso accade in questi casi, si pensa al male minore o, almeno per quanto riguarda i politici, a mettersi al riparo dall’ecatombe. Non sta a questo blog giudicare una contingenza che ricorda tanto il Platzspitzdi Zurigo, ma si presenta ben 30 anni dopo, in uno dei paesi-faro per i diritti civili.

Tuttavia, credo che chi voglia intraprendere un viaggio con questa destinazione debba esserne informato: se devierete leggermente dai percorsi guidati, vedrete drogati che si fanno per strada usando ogni vena possibile, malati di mente che vagano soli e non assistiti, sporcizia e tanta, tanta disperazione. Io sono partitaria del vedere ogni aspetto per farmi un’idea reale del mondo, ma non è detto che si debba assorbire sempre tutto e raccontare solo il bello del viaggio oppure ignorare l’orrore concentrandosi solo sul waterfront colorato, magari con una birra in mano e sulla tavola qualche saporito gamberetto appena pescato.

Uomo avvisato mezzo salvato.

Se poi invece l’uomo è ancora più umano e vuole saperne di più, consiglio di vedere qualche video su youtube, specialmente quelli che parlano di come la famiglia Sahota abbia approfittato della situazione affittando letti ai derelitti, in alberghi fatiscenti e condizioni igienico-sanitarie a dir poco agghiaccianti. I suoi membri, tre anziani fratelli indiani, ricchissimi ma cenciosi, si sono guadagnati il vergognoso appellativo di slum lords e, ahimè, sono ancora a piede libero e visibili ai curiosi mentre consumano pasti con i loro ‘sudditi’ alla mense dei poveri.

Questa, forse, ad essere veramente cinici, è l’attrazione più stupefacente di Vancouver.

Licencia de Creative Commons
Este obra está bajo una licencia de Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-CompartirIgual 4.0 Internacional.

Palawan e gli eroi della pulizia

Quando ci si informa sui vaccini da fare in partenza per Palawan, le Filippine assumono un’aria un po’ malsana e vibrionica.
Si vocifera, infatti, che dengue e malaria aleggino come spettri nel sud dell’isola. Effettivamente, una volta arrivati, ci sono sicuramente acquitrini pieni di zanzare ghiotte di polpacci occidentali.
Inutile preoccuparsi ad ogni pozzanghera, comunque, e secondo me anche sconsigliabile riempirsi di vaccini come quella coppia ansiosa di Mallorca che incontrai ad Hanoi: viaggiavano con un trolley di medicinali e avevano fatto addirittura l’antirabbica.
Dai, se consideriamo il grado di sviluppo, le Filippine sono un paese relativamente pulito e possiamo capirlo anche dalla cura di sé che hanno gli abitanti. É vero che in giro si vedono tanti cani rognosi, ma questo dipende piú dalla denutrizione che dalla sporcizia.
Vi dico che fuori dalle stamberghe più remote e immerse nella giungla tropicale si intravedono panni perfettamente stesi ad asciugare sulle grucce, allineati in quel modo caratteristico ed ordinato che previene le grinze. Sono abiti di bambini in molti casi, che mia mamma chiamerebbe decorosi o elegantini, ma soprattutto ben tenuti. Sorprendente il fatto che la cura dell’uniforme di scuola conti così tanto quando intorno può mancare tutto il resto. Spiegabile, però, se si pensa che i filippini non sono solo un popolo amante della pulizia ma anche dell’estetica.

Ho capito meglio perchè nel passato e nel presente siano stati molto richiesti come collaboratori domestici e, senza voler mancare di rispetto a nessuno, intuisco perchè “filippino” sia diventato quasi sinonimo di bravo cameriere. Voglio dirlo come un complimento perchè i locali sono attenti e molto gentili anche nel rapporto con i turisti, anche se, ahimè, la velocità non è il loro forte.
Hanno un altro concetto del tempo, imperniato sul fatto che, qualsiasi cosa tu debba fare include una parte di(inutile)attesa. Al ristorante, per esempio, dove i piatti sono molto curati e la presentazione è carina, si riesce a dimenticare quegl’interminabili intervalli di fame nera anche grazie ai modi cortesi del personale. Quando invece bisogna partire con un autobus che non si riempie mai, ecco che qualche imprecazione ti sfugge comunque dalla bocca, perchè la tua pazienza è pur sempre europea.
Tornando ai domestici volati oltre oceano, c’è da sapere che in patria sono visti come degli eroi. Sono loro, a quanto pare, che sostengono l’economia, loro i pilastri su cui si reggono le palafitte sgangherate dei sobborghi, in cui non manca mai una parabola per vedere l’NBA.
Di questi tempi c’è da chiedersi come facessero a crearsi velocemente una posizione ed un nuovo status nelle nazioni ospitanti. Ebbene, a sopresa, esiste un ministero dedicato a piazzarli capillarmente nelle famiglie straniere, e funziona ormai ottimamente da diversi anni.
Se anch’io avessi un ministero così alle spalle, penserei di fare il contrario: stabilirmi con il suo aiuto nelle Filippine, possibilmente in una zona accessibile e con un mare meraviglioso, e montare il mio business di soffici fazzolettini di carta. Se si considera la temperatura esterna, sempre alta anche nelle giornate piovose, l’aria condizionata sparata a mille nei minivan con cui si viaggia e l’umidità che non fa asciugare mai bene vestiti e capelli, i raffreddori sono la costante su cui puntare.
Concorrenza poi non ce n’è assolutamente, perchè sfido chiunque a trovare nell’arcipelago un supporto da naso piu’ esteso di 10 cm2 e fatto di carta non patinata. Il mio business funzionerebbe, signori politici, e per spingerlo non farò molto altro che distendermi sull’amaca reggendo in una mano l’unica piñacolada con tovagliolo di vera carta salvagocce. Intanto gli altri turisti, con il naso sgocciolante e le dita fradice, sfileranno davanti al mio spaccio di salviette e mi riempiranno le tasche con infinita gratitudine. In un mondo ideale, se questo succedesse, sarei anch’io un’eroina ufficialmente riconosciuta.

Licencia de Creative Commons
Este obra está bajo una licencia de Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-CompartirIgual 4.0 Internacional.