Sepang-Sepang: storie malesi di motogp

In un viaggio che si rispetti arriva spesso il momento di noleggiare un motorino. Non importa essere stati scarsi persino con il triciclo, in un’avventura si deve osare e la maggior parte dei lettori sicuramente lo fa.

Lo dico perchè durante le mie vacanze ho visto troppi giovani col braccio fasciato e appeso al collo o con le gambe piagate dalle ustioni. Non è neanche detto che sia colpa del conducente, comunque, perchè spesso ti danno dei carciofoni con le gomme liscie e non si capisce come vadano avanti e sembrino pure nuovi.

Le isole greche, in questo senso, vincono sicuramente la maglia nera: le metto ultime nel primato dei conducenti illesi. In Asia, invece, va un po’ meglio e in Tailandia, per esempio, si trovano mini moto enduro nuove di zecca e a modico prezzo.

Voglio parlare però della mia avventura su due ruote a Penang, in Malesia. L’isola è un magnifico mix tra antico e moderno ma a Georgetown agognavo una due ruote per uscire dall’urbano e percorrerla tutta d’un fiato, al mio ritmo. Volevo una vera moto ma tutto quello che ho ottenuto è stato lo scooterino a marce, truccatissimo, del figlio del negoziante.

Non parlava inglese bene e il gesto internazionale secondo cui uno gira il polso per accelerare e contemporaneamente tira su e giù il piede sinistro non chiariva le me richiesrte.. mi voleva rifilare la solita carretta!

A un certo punto mi viene un’idea: “Sepang! Sepang!” – gli urlo. E lui: AAAAhhhn. Ha capito, finalmente ha capito! Voglio un mezzo degno del motomondiale.

Corre nel retrobottega e io mi frego le mani. Ritorna con uno scooter apparentemente uguale agli altri ma con dello scotch nero a coprire gli indicatori sul cruscotto. Stra-tamarro, penso. Poi vedo che mi mostra felice una pedalina sul fianco sinistro e continuo ad avere dubbi.

Manca la leva della frizione gli dico a gesti. Non serve, mi fa capire. Ha ragione, non serve, se sei uno che sa cambiare sentendo il motore. Va bene, proviamo, rispondo con un’occhiata presuntuosa.

Da come lo fa lui, sgommando davanti al negozio, sembra facilissimo. Peccato che il cambio funzioni al contrario del normale e premendo in avanti si salga di marcia, ohibò. Poi invece per scendere si preme la stessa leva indietro col tallone, tipo altalena per bambini. Ce la devo fare lo stesso, penso, ormai lo ho esaltato con sto “Sepang!” e non posso far fare figuracce alla scuderia italiana.

Per chi ancora non l’avesse capito questo è il nome della pista del motogp in Malesia e a quanto pare ha un sacco di follower, che in seguito mi fermeranno pure per strada per la mia palese somiglianza con Valentino Rossi. Anche per quest’ultimo motivo lascio che l’orgoglio spazzi via la paura e parto salutandolo con la mano orfana della frizione.

Niente, sono sempre stata imbranata quando mi si presenta un’impovvisa variazione tecnica e anche stavolta non mi smentisco. Devo reimpostare le coordinate nel cervello proprio mentre mi trovo a salire delle montagne verde tropicale con pendenza alpina del 10%.

Tacco- punta, tacco punta, memorizzo, come fossi una ballerina di tip tap. Punta quando la due ruote inizia a smarmittare troppo, tallone (cercando di non bruciarsi) quando arriva la bella discesona su cui stridono i freni.

Comunque ste moto sono fatte per chi ha le gambe ad “O” come Lupin e Sampei, oppure quando le usi tanto ti si allunga il tendine d’achille e da lì vai via più sciolto. Li analizzo dalla vita in giú mentre mi sorpassano, io per il momento sono ancora legata nei movimenti e, cercando di mantenere le caviglie ben distanti dai tubi, penso ai pluri-ustionati delle isole greche.

Deglutisco; tornerò tutta intera, e gli succhierò le ruote a sti musi gialli, te lo prometto Valentino… salgo ancora! C’è una parte dell’isola veramente boscosa e scoscesa, dove si trova un altrettanto magnifica tropical fruit farm che consiglio di visitare con tanto di degustazione. Non resisto alla tentazione del mio pit-stop e ne esco due ore dopo piena zeppa di papaya con la pipì da fare ogni 5 minuti dietro alle piantine di ananas.

Il cronometro scorre stancamente e dice che gli sfidanti asiatici mi hanno già doppiato per la terza volta. Sto nella parte più vergine dell’isola e dato che la pole position é persa da un po’, rallento per godermela. Peccato sia anche la zona in cui il gioiellino del figliol prodigo si ferma a tradimento: è finito il carburante.

Siamo onesti, mi aveva detto che con quel pieno avrei percorso l’intero perimetro di gara ma non siamo nemmeno a metà! Ok, non avrò guidato in modalità ecologica ma … É mai possibile!? L’unica cosa è ridere e accettare la ritirata dal mio moto GP.

Ridere e non prendersela perché i malesi sono brava gente e so che qualcuno dei tifosi mi aiuterà anche se non corro in casa. Arriva una signora da un baracchino della frutta, mi dice di non preoccuparmi. Ride con me. Arrivano poco dopo due ragazzini in scooter con una bottiglia piena a un terzo, 3 ringi per arrivare a balik pulau, la pompa di benzina più vicina. Glieli do sorridendo rassegnata perchè stavolta non ho saputo sentire nè il motore nè il nome: non siamo Sepang, no, avevo capito male, siamo solo a Penang!

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