Tutti gli articoli di alessiaswim

Alessia, viaggiatrice e scrittrice di secondo pelo. Nonostante la vita frenetica della metropoli in cui abita, Barcellona, trova sempre nuovi modi per scappare e raccontare i suoi aneddoti di viaggio. È esigente e molto attendibile come giudice del gradiente di azzurro dei mari più remoti. Campeggiatrice esperta e amante degli sport avventurosi e non, si dedica allo spionaggio della gastronomie mondiali più disparate. Poi cerca di copiarle una volta arrivata a casa. Recentemente ha smesso di credere nelle ferie per convertirsi ad modello di vita ideale che sia girovago il più possibile.

La biennale di Bangkok e altre delizie regali

Chi lo ha detto che a Bangkok si va solo per il divertimento sfrenato e al più per gli sfarzosi palazzi e templi della multimilionaria dinastia siamese? Colgo qui lo spunto per spettegolare un attimo sul fatto che il re Rama IX, deceduto da poco, era classificato come il monarca più ricco al mondo. Il collegamento tra sfarzo, ricchezza ed amore per le cose belle, tra cui anche L’ arte contemporanea, a questo punto a mi arriva armonico come la parola mecenate. Almeno quando si di una monarchia con formazione culturale occidentale ed europea, capace però di portare avanti le proprie tradizioni in un parallelismo sincretico davvero ammirevole. Bangkok infatti è la città delle esposizioni artistiche che reinventano gli spazi e li organizzano in modo da accostare nuove mirabolanti architetture ad elementi locali ed alle ultime tendenze artistiche. Per esempio, a pochi di noi verrebbe in mente di visitare un centro commerciale, se non per darsi allo shopping più becero e consumista. Abbiamo quasi tutti questa forma mentis per cui vediamo nel cinema multisala la massima espressione culturale dell’ipermercato, ed aggrottiamo la fronte pensando di mangiare pop corn di fronte alla Monna Lisa.

E invece no, cari, a Bangkok la biennale si tiene proprio sfruttando le fantasmagoriche vetrate del Siam Paragon mall, le bellissime fontane e corsi d’acqua dell’incredibile Icon Siam, o il lusso con le porte aperte del sempreverde Hotel Mandarín Orientale. E questi sono solo pochissimi esempi perchè potrei continuare elencando decine di altri siti dove godere di sculture e installazioni, ma anche opere grafiche e digitali che vi lasceranno basiti. Inoltre ci sono moltissime gallerie d’arte permanenti, come ad esempio il Bangkok Art and Culture Centre o la City City Gallery, che ospitano esposizioni sempre diverse di artisti emergenti o affermati a livello mondiale. Se insomma siete amanti del bello, il mio consiglio è lasciare per un attimo da parte l’ormai scontata movida di Khaosan road e dedicarvi a vedere come cambia il mondo da una prospettiva orientale. Anche il solo avventurarsi nell’Icon Siam, lasciati nel guardaroba i pregiudizi, vi insegnerà a rifare i vostri calcoli in fatto di arredi, strutture ed illuminazione. Sono rimasta stupefatta nel vedere i materiali usati nella costruzione e mi azzardo a dire che tra mille anni saranno questi (ridete pure) i resti archeologici di pregio. Di certo io, che notoriamente cammino tra le noiose vetrine del centro come un cowboy stanco, qui vi posso dire che passeggiando a testa alta ho assunto una postura a dir poco regale.


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Indiani ed orche: il lato selvaggio di Vancouver Island

Non volevo che la mia prima esperienza in una riserva indiana fosse come andare al supermercato, o peggio, allo zoo. Per questo motivo avevo glissato sulle riserve vicine a Toronto, che mi sembravano più dei SERT, o delle case famiglia per persone con problemi svariati. So che la mia visione può apparire un po’ naif, a qualcuno anche ipocrita, ma volevo conoscere la parte più luminosa della cultura indiana, come primo impatto. Iniziamo col dire che qui i nativi vengono chiamati First Nation ed hanno ricevuto, oltre alle scuse ufficiali del governo canadese, anche un cospicuo risarcimento.

È bello vedere come questi soldi siano stati usati per costruire delle comunità culturalmente attive come quella di Alert Bay, che riunisce nativi ‘Namgis realtivamente ben integrati e soprattutto custodi delle tradizioni tramite il centro culturale U’Mista.

Sono contenta di esserci approdata anche se noto che, probabilmente per motivi sociali, c’è una certa tendenza ad omologare l’artigianato all’arte di prima categoria. Questo senza voler nulla togliere al primo.

Non mi dilungherò nella descrizione delle innumerevoli maschere rituali e costumi che si possono apprezzare nel centro, anche perchè, se devo scegliere un posto dove mandarvi a vedere i totem più belli, alcuni dei quali espressione di vera arte, questo sarà sicuramente Duncan, qualche centinaio di km più in giù. 

Quello su cui secondo me merita soffermarsi, comunque, è il modello di inclusione offerto da Alert Bay, che raramente si trova in altre riserve americane. Non ho visto alcolisti nè tossicodipendenti, insomma, ma manufatti e sani cartelli di protesta contro il salmone di acquacoltura, che minaccia i sistemi di pesca tradizionali della comunità ed ammicca al monopolio dei sapori modificati. Nelle acque intorno all’isola, oltre ai prelibati salmoni in libertà, ho visto fluttuare centinaia di tronchi trascinati dalla corrente e solo poche segherie che mandano avanti un’industria tutto sommato sostenibile.

Anche per questo nel nord dell’isola di Vancouver, la sua parte più selvaggia, è ancora possibile avvistare le orche, che nuotano in gruppetti familiari emergendo a turno, come nel saliscendi di una giostra a carillon.

Sì perché grazie ai sonar è possibile sentire i loro suoni, per meglio dire le lingue in cui comunicano all’interno delle famiglie. In questa baia e nelle isole dirimpetto a Telegraf Cove ci sono quattro clan canterini, i cui membri, madre e figli, nuotano uniti fino alla morte. Ognuna delle famiglie ha un codice diverso e distinguibile anche da un orecchio umano.

https://youtu.be/Kv53Vw2IQ94

In questo modo gli studiosi, ma anche gli altri animali presenti come foche e balene, sapranno subito se, ad esempio, si tratta delle pericolose orche assassine, letali anche per gli umani o delle orche delfino, simpatiche e giocherellone proprio come i loro fratellini grigi.

Se arriverete fino a Telegraf Cove l’escursione in barca è veramente tassativa: sarà un’esperienza unica anche se le norme di navigazione non permettono di avvicinare  i cetacei tanto quanto in Sud Africa, per me il miglior luogo di osservazione in assoluto.

C’è da dire anche che questo grazioso paesino in stile norvegese ha altre storie da raccontarvi: quella degli immigrati giapponesi che arrivarono prima della guerra ad esempio e furono poi allontanati per la presunta connivenza, oppure quella del primo telegrafo e del mulino ad acqua, che diede da mangiare alla piccola comunità per anni, permettendole di prosperare nelle case che ancora oggi punteggiano i moli con colori vivaci. Vedendo l’archivio di fotografie color seppia esposte nell’antico spaccio mi sembrava un’ennesima eppur piacevole versione dell’antologia di Spoon River, questa volta ambientata su di un fiordo gelato.

Ultima nota utile: ho compiuto il periplo dell’isola in camper, ma non saprei se consigliarvelo. La natura intatta a volte non lascia spazi neanche per parcheggiare ed è davvero difficile pernottare fuori dagli RV, i parcheggi-lager per camperisti. 

Inoltre, anche se tentate la sorte in qualche piazzola isolata (e comunque di cemento), uno ha sempre quell’ansietta sottile derivata da orsi grizzly e puma a piede libero. Ebbene sì ci sono, e si avvistano -addirittura nei camping- con una certa frequenza. E se non vengono loro a disturbarvi può sempre venire la polizia, per darvi  una multa.

A voi dunque la scelta, novelli Magellano o Livingstone, ma tenete presente che le ostriche e la comodità degli alberghi di Tofino, a conti fatti, non sono molto più esose del campeggio “libero” e delle contravvenzioni. 

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Viaggi di nozze alternativi: Michigan- Huron in moto d’acqua

Se un giorno dovessi sposarmi applicherei alcune modifiche sostanziali al protocollo tradizionale. Per esempio, introdurrei l’usanza secondo cui il dono di fidanzamento non è più convenzionale ma viene scelto, un po’ come il regalo della Befana, dall’interessato. Sì perché io, al posto dell’anello, avrei sempre desiderato ricevere una moto d’acqua. A dire il vero proprio che  il cavallo bianco del pretendente fosse sostituito dal natante, possibilmente almeno una 750 cc. E poi, però, che me la lasciasse pure.

Avete capito, proprio un jet ski, che vale più o meno lo stesso prezzo dell’anello ma potrebbe infondere al momento, se non l’eternità agognata, almeno una durata maggiore, considerando che la potremmo usare proprio a partire dalla luna di miele.

Una moto d’acqua è per sempre.

Passando dall’ilarità alla realtà, direi che per farsi un bel viaggio in moto d’acqua, ci vorrebbe un circuito grande, con stazioni di rifornimento, poche onde che inzuppino i vestiti e zero sale che incrosti i capelli e le sopracciglia. Sennò si perderebbe tutto il glamour e non sarebbe più un viaggio ma il remake di Cast Away.

Pensavo spesso che l’ideale sarebbe un lago enorme, con tanti paesini da visitare sulle sponde e luoghi dove dormire all’asciutto e cambiarsi, ovvero alberghetti carini di luoghi non troppo frequentati.

Quest’anno, dopo molte ricerche, ho trovato la zona adatta: la regione dei grandi laghi tra Stati Uniti e Canada. Ovviamente, non c’è bisogno di spingersi fino alle insidiose cascate del Niagara con la nostra idrogetto, anche se si ha notizia di una donna che vi si gettò dentro chiusa in un barile con il suo gatto e consta che  entrambi sopravvissero riportando solo qualche graffio.  Il suo nome, per chi vuole verificare, è Annie Edson Taylor.

No, noi comunque sceglieremmo il Michigan-Huron, la pozzanghera più grande del mondo (considerando solo i laghi d’acqua dolce), con un bacino che si riscalda velocemente nella stagione estiva, se è vero che poi vogliamo fare anche i tuffi e distenderci a prendere il sole sulla moto d’acqua.

Quello che sorprende al guardare il lago Michigan, è l’acqua azzurra, la sabbia chiara ed il moto ondoso anche sostenuto, che lo fa assomigliare al mare soprattutto quando osserviamo l’orizzonte e non si vede nessuna sponda ma solo cataratte d’acqua davanti a noi, infinite.

Il vantaggio è anche che qui, nonostante la vastità oceanica, non potrebbe arrivare nessuno tsunami né mareggiata … al massimo un’insolita “lagheggiata” su cui fare quattro salti e planate con la moto.

Su questo lago si sprecano i paesini bomboniera, dove fioriscono miriadi di casette dell’ America bene, quella bianca e protestante dei film dove nessuno puzza nonostante le pesanti le camicie di flanella a quadri rossi e neri.

Un paesino super romantico o semplicemente interessante da visitare potrebbe essere Charlevoix, con questo nome vezzosamente francese e le case-fungo, memorabile anche per i fiori che coltiva grazie a un clima praticamente mediterraneo.

Parlo dell’estate, ovviamente, perché nello stesso paese si trova anche uno dei caminetti più grandi al mondo, costruito su di un monolite, che non lascia buoni presagi per quello che riguarda l’inverno.

Comunque, tutto intorno al lago ci sono grandi distese verdi, lavanda, ciliegi e l’immancabile mais, che è un po’ come fosse il maiale della dieta americana: qui si approfitta di ogni sua scorza per renderti la dieta (e la vita) più stucchevole. Il risultato in termini di paesaggio è comunque eccellente: un ventaglio di colori bellissimi, soprattutto nella zona frastagliata dove si congiungono Michigan e Huron. Qui si trovano anche le isole in cui gli indiani approdarono in canoa per primi e le credettero pietrificazione di cuccioli annegati  nella traversata di una distrattissima mamma orsa. Manitou nord e Manitou sud, ammirabili dall’alto di dune sabbiose incredibili, che scendono a picco verso un lago turchese su cui ci abbagliano yacht bianchissimi.

Adesso capisco perché Candy- Candy, che era cresciuta qui, aveva nostalgia della casa di Pony. E soprattutto capisco quegli occhi che, al farsi seria la situazione, si riempivano di palline luccicanti nella profondità azzurra che un disegnatore giapponese in cerca di idee non poteva non rubare a questo lago meraviglioso.

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Ultime indiscrezioni da Saigon: the south & the north face

La divisione tra nord e sud del Vietnam si connota per tutti, principalmente, dal punto di vista politico. I meno giovani avranno vissuto in diretta le crude vicende che opposero il governo indipendentista di Ho Chi Min, con sede ad Hanoi, a quello filoamericano del sud, facente capo alla provincia meridionale di Saigon.

Come spesso accade, a guerra finita,la distinzione tra le due zone del paese si mantiene, sia considerando l’operosità industriale sia tenendo semplicemente conto dell’influenza del clima sull’indole degli abitanti.

L’affollatissima Ho chi Min, infatti, (nome nuovo di Saigon) soprende per il suo inverno mite, paragonabile a una nostra avanzata primavera, oltre che per l’attività frenetica dei suoi 13 milioni di abitanti e il rombo diabolico dei suoi 8 milioni di motorini. La regole che consentono al traffico una certa sostenibilità sulle due ruote sono due: vai pianissimo ma non ti fermare mai (piuttosto schiva!) e stai sempre, ma proprio sempre, a destra, nel serpentone.

Gli scooter infatti sono l’unico mezzo su cui è possibile sgusciare via dal traffico se non si vuole passare la vita, comodi ma imbottigliati, in uno dei tanti taxi. La gestione di tale mole di veicoli è essenziale per garantire la grande laboriosità della provincia e lo sa bene anche il governo, che applica tasse abominevoli sull’acquisto di autoveicoli. Le imprese coreane, giapponesi e persino italiane, che qui trovano terreno fertile e operai motorizzati per il loro business, sono sempre più numerose.

La Nike come si sa ormai dalle etichette, produce la maggior parte dei suoi capi proprio in questa zona e non è raro trovare bancarelle con magliette in microfibra svendute a pochi euro nei mercatini all’aperto.

Certo che sono vere, vi rispondo, se è vero che so leggere nel pensiero.

Semplicemente esistono produzioni di qualità diversa e prodotti leggermente fallati che non vengono inviati ai costosi negozi d’occidente ma seguono un iter di vendita domestico, pur rimanendo parte di un’economia in costante crescita.

Saigon, d’altra parte, è abbastanza più organizzata di Hanoi, anche se forse esteticamente più brutta, ed è stata capace di creare più consumatori autoctoni di quanti non ce ne siano nella città settentrionale.

I locali per straricchi sono già una realtà tangibile e non hanno niente da invidiare ai luoghi europei più trendy, anche se qui sono pieni dei vietnamiti più intraprendenti, di arabi facoltosi e di professionisti espatriati.

Si rivede così quel binomio già presente in molti paesi, la divisione tra capitale economica e amministrativa, che noi italiani troviamo familiare nella contrapposizione tra Milano e Roma.

Sì, direi proprio che qui è il caso di parlare di una Saigon da bere.

Il rapporto clima-produttività, però, è rovesciato.

Ad Hanoi a febbraio fa freddo e guarda caso la North Face, un’industria nata ecologista e statunitense, ha deciso di impiantare le proprie fabbriche proprio qui. Non credo sia perchè le oche residenti sono più pennute, anche perchè i filling dei popolari piumini, se li tagliamo, non sono affatto di alta qualità. Piuttosto credo che la manodopera ed i materiali di Hanoi siano ancora più economici e si punti soprattutto sui grandi numeri e sulla griffe.

Le giacchette di tutti i colori vendute in ogni angolo della capitale costano poco più di dieci euro ma spesso sono meno resistenti e calde di quelle esportate.

Nessun vietnamita del nord le indossa per proteggersi, a differenza dell’outfit nike che va a ruba anche tra gli scooteristi di Saigon.

E se fosse un caso? Dico solo che la mia giacca originale North Face costata un occhio della testa in Europa veniva tastata dai mercanti settentrionali con una certa incredulità.

Comunque, per il momento non ho intenzione di andare in Patagonia a verificare sul serio la tenuta dei miei nuovi capi tarocchi: chiuderò un occhio e penserò che fa sempre comodo una leggera difesa contro l’aria condizionata o bel supporto imbottito su cui schiacciare pisolini in aereo.

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Trolley o zaino? anamnesi del perfetto vagabondaggio

Prima di partire per un lungo viaggio porta con te la voglia di non tornare più, dice Irene Grandi in una sua canzone. Per rendere l’opzione praticabile, tuttavia, direi che è fondamentale viaggiare con il bagaglio giusto.

Ovviamente, anche se si ha intenzione di stare via per dei mesi, è impossibile pensare di avere cambi di vestiti a sufficienza, e pertanto la soluzione potrebbe essere lavare la roba man mano che si sporca e trovare dove asciugarla. Un pezzo di sapone di marsiglia, secondo me, non deve mai mancare, e d’altronde pesa molto poco ed e’ piccolo.

Comunque è un’opzione che consiglio solo per mutande e magliette in microfibra, che si asciugano presto, altrimenti fa un po’ Spaccanapoli. Per il resto, invece, c’è da sapere che tutto il sudest asiatico è cosparso di lavanderie a modico prezzo che ti lavano e ti asciugano il bucato in un giorno, anche dove l’umidità sta all’80%, non si sa con che trucchi.

Tornando a noi, una volta deciso il volume del contenuto, bisognerà scegliere la forma in cui si intende trasportarlo. Le opzioni sono essenzialmente due: trolley o zaino.

Certo, tutti abbiamo pensato che lo zaino identifica di più la nostra voglia di libertà e l’agilità di movimento tipica del lupo esploratore.

Quando pero’ ci sono rimasti impigliati gli spallacci nel nastro trasportatore dell’ aeroporto o nella porta girevole e abbiamo fatto lunghi percorsi al sole sulla strada asfaltata carichi come muli, i dubbi hanno iniziato a concentrarsi nella testa.

Non sarebbe stato meglio un trolley? Fa un po’ manager in viaggio d’affari, immagine da cui, almeno per questi giorni, vorremmo fuggire però….

La vera risposta si trova secondo me dopo almeno 15 giorni dalla partenza e rispondendo a questa domanda: siamo ancora contenti di dover svuotare tutto lo zaino per cercare qualcosa sul fondo e di ripiegare ogni volta le magliette pulite cercando di separarle da quelle fetide?

I supporter più accaniti dello zaino risponderanno di sì, che basta usare dei sacchetti di plastica per estrarre tutto piu’ velocemente e mantenere lo zaino diviso in settori.

Agli altri, quelli arcistufi, consiglio di valutare il trolley.

Ma se poi devo trascinarlo, diciamo, nella sabbia, o peggio nella giungla, dove mi trovo davanti improvvisi acquitrini?

Beh, ho trovato la soluzione che accontenta tutti: lo zaino-trolley. Ovvero una comodissima valigia che si apre a libro e pertanto ha due scomparti separati e facilmente consultabili.

Posso avere una panoramica chiara di qualsiasi cosa ci sia dentro senza dover levare tutto perché non so dove è finito il pettine. Veniamo però al vantaggio chiave: gli spallacci rinchiusi in una tascona sul retro che si richiude con una cerniera. In questo modo non si impigliano da nessuna parte quando trascino la borsa.

Statisticamente non li ho usati molto ma, alcune volte, sono stati il fattore chiave. Mi riferisco all’ approdo su isole poco abitate dove non ci sono strade ma solo piste sconnesse oppure in certi attraversamenti pedonali sopraelevati, che sono comunissimi nelle città asiatiche e sono fatti per gente giovane, perchè le pendenze sono veramente notevoli.

All’infuori di questi casi ho sempre trascinato la mia robusta valigietta superando con gusto gli stanchissimi backpackers, distrutti ormai dal mal di schiena. Questo prodigio della tecnica se volete saperne di più, è disponibile ad un prezzo equo da Decathlon.

C’è di diverse misure ma io sconsiglio di andare oltre la capacità di 65 litri (che comunque è grande) anche perchè la struttura rigida del fondo e delle ruote aggiunge un po’ di peso e dà un po’ di rigidità nella zona schiena, quando dovrete indossarlo. Per fare piccoli percorsi, comunque, si puo’ anche prescindere da un’anatomicità perfetta.

Se ancora non vi ho convinto, comunque, ed il vostro viaggio è molto lungo, vi invito a valutare l’opzione della nonnina tedesca incontrata sul treno che da Hua Hin portava in Malesia. La meravigliosa creatura si era precedentemente rotta una mano in India e, anche se avesse avuto un fisico meno macilento, non avrebbe comunque mai potuto caricare il braccio destro. Girava allora con una di quelle borsette della spesa a ruote, minuscola per i 5 mesi in cui svernava in Asia.

Non ho resistito a chiederle se il suo bagaglio fosse tutto lì e la signora trasudando felicità da tutte le sue rughe di tempo ed espressione mi ha risposto di no, che andava e veniva da Bangkok, dove aveva affittato una camera permanente per riposarsi prima di cambiare paese e teneva lì il grosso del bagaglio.

Ho ancora in mente il suo caschetto di capelli candidi e quegli occhi azzurro-polvere-di stelle; io da grande voglio essere come lei.

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Gli ingegneri malesi: i guru del sudest asiatico

Quando ero in Birmania notavo con certa sorpresa che i locali avevano una grande  ammirazione per la tecnologia malese. L’avevo presa un po’ a ridere perché, essendo il paese molto arretrato, credevo si ponessero un traguardo se non altro accessibile: arrivare al grado di sviluppo dei vicini leggermente più ricchi. Un po’ come se un bulgaro guardasse a un greco, insomma.

Una coincidenza fortuita volle, al tempo, che io non riuscissi ad andare in Malesia a toccare con mano. In pratica, caddero due aerei della air Malesia a distanza di poco, scomparsi nel mare, uno dei quali probabilmente abbattuto, ma non si è mai saputo proprio tutto. In ogni caso, la suggestione del momento fece saltare il viaggio e soprattutto creò diverse battute sulla bravura degli ingegneri aeronautici malesi.

Anni dopo, tuttavia, ho incontrato a Penang un vero ingegnere malese in carne ed ossa, che per giunta aveva lavorato per la Singapore Airlines. C’è da dire che dopo una settimana trascorsa in Malesia già avevo capito che non si trattava più del paese dei pronipoti di Sandokan, né quello dei temuti pirati che insidiano i mercantili sulle Molucche. E’ invece un paese molto avanzato tecnologicamente, che guarda come linee di sviluppo al Giappone e a Singapore. Non è raro vedere pubblicità in cui si parla di prodotti che sono (in teoria) il n.1 in Giappone, nè il sistema di trasporti ha nulla da invidiare all’ Europa più prospera: reti di autobus frequentissimi ed efficienti, comprati in Corea, stabilimenti di fabbriche tra le marche tecnologiche più importanti, come Dell e Osram, ad esempio, che a Penang hanno costituito una specie di Silicon Valley asiatica con migliaia di dipendenti venuti qui dall’estero.

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Schermo in dotazione all’autobus

Tutto questo me l’ ha raccontato con molta naturalezza l’ingegnere della Singapore Airlines, che tra l’altro ha tre figli che studiano all’estero (Londra, Australia e Canada) a testimoniare che il Commonwealth ha fatto anche grandi cose. Basta infatti ascoltare una stazione radio malese per capire quanti programmi di scambio siano attivi, tra le università del Regno Unito e la Malesia, e quanto sia facile anche trovare dei voli economici, ad esempio, tra Manchester e Kuala Lumpur. Parliamo di tariffe che arrivano anche a 100 euro.

I malesi hanno mantenuto la loro intraprendenza di mercanti di spezie quando si tratta di sfruttare le offerte più vantaggiose ma si sono anche evoluti enormemente dal punto di vista della sanità e tecnica. Non si puo’ minimamente accostare la Malesia alla Taliandia dal punto di vista avanguardia e non solo perchè qui si è diffuso lo sciacquone del gabinetto anzichè la famigerata pompa dell’acqua siamese. Questa e’ solo la punta dell’iceberg, infatti, ma la dice lunga sullo standard di igiene nei due stati.

Inoltre, i malesi parlano inglese in maniera eccellente, ossia molto meglio di noi. Per questo motivo molti pensionati europei e americani scelgono di ritirarsi in Malesia ed esistono veri e propri programmi per la loro accoglienza, come il gettonato home away che offre loro una lunga serie di facilitazioni per il trasferimento, la permanenza e l’acquisto di case. Suppongo che sia anche questa grossa presenza di stranieri ad arricchire la società in tutti i settori.

Persino nella cultura e nella cucina si sommano le influenze di oltre oceano a quelle cinesi, indiane, thai e malay, già presenti storicamente. Insomma, in mezzo a tanto riso si trova, a Penang, anche del buon pane. E dopo tanto tè nero e verde qui è possibile godersi anche un ottimo caffè.

Cappuccino scolpito Penang

Se poi si vuole arrivare facilmente a Roma, dice l’ ingegnere malese, i voli più economici sono proprio quelli operati da Alitalia. Lui in italia ci è andato e ha capito che non è solo il paese della mafia, come molti in Malesia credono. Un po’ come i famosi pirati delle molucche, che esistono dice, ma sono, per la maggior parte, filippini.

Comunque, mi avvisa, gli aerei alitalia sono piuttosto vecchi e i malesi preferiscono non prenderli, per quello sono così economici. Per volare in Europa, meglio air Bangla(desh) dice: lui da giovane ha viaggiato molto con loro e così i suoi amici, che pur facendo tappa intutti gli aeroporti del percorso, prima di arrivare, hanno visto il mondo e hanno mandato a casa cartoline come stessero in un autobus. Io mi immagino la scena ridendo sotto i baffi ma, in fondo, mi resta un po’ di amaro e la sensazione che il mondo va avanti e se non ci si muove per tempo si resta fanalino di coda senza nemmeno saperlo, schiavi delle proprie presunzioni.

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L’attivista di Penang 

Bintang in malese vuol dire stella e anche in indonesiano. I due popoli usano molto questo vocabolo e parlano nella stessa lingua infatti… peccato che si detestino, come spesso accade tra vicini stretti. Più che stretti direi separati dallo stretto, quello di Malacca, che ne divide da secoli gli interessi economici e culturali e prende il nome dalla città capitale dell’antico sultanato.

Malacca in passato fu la stella polare per tutte quelle le navi cariche di merci esotiche destinate all’Europa e ancora oggi il suo patrimonio storico e culturale risplende adombrando l’altro lato dell’istmo. I cugini, infatti, ovvero gli indonesiani, hanno ben poche tracce del loro passato coloniale e la fu Batavia, oggi Giacarta, è una metropoli fatiscente e caotica.

Tuttavia, le tradizioni indonesiane e malesi rimangono speculari e una volta di piú ho notato che la lotta per distinguersi dai limitrofi coinvolge popoli non poi cosí diversi, ma che tendono a ossessionarsi sulle diseguaglianze anzichè sulle similitudini. È questo anche il caso di due città, Malacca e Penang, le più antiche della Malesia, che concorrendo insieme pur cementate dalla rivalità, hanno ottenuto l’ambito titolo di patrimonio mondiale dell’ UNESCO.

L’UNESCO, dopo aver rifiutato loro le candidature individuali le ha viste tranquillamente accorpabili, e le ha costrette a fare la pace. Cara ingenua Unesco, sappi che, nonostante la tua egida conciliatrice, le due stelle malesi continuano a detestarsi cordialmente.

Non ho visto Malacca, ma i visitatori stranieri si esprimono largamente a favore di Penang, ex sede della Compagnia delle Indie Orientali e meltin’ pot di molti gruppi etnici che convivono pacifici nonostante le religioni diverse. Esistono Indiani, cinesi, malesi e molti, molti occidentali trasferiti da grandi aziende tecnologiche.

Perché sulle differenze tra concittadini, quindi, si sa chiudere un occhio, mentre i cugini di sangue sono sempre oggetto di faide fraterne? Questi i misteri delle grandi famiglie, asiatiche e non.

Comunque sia, è un piacere esclusivo andare a visitare le case dei ricchi possidenti di un tempo, sempre indiani, cinesi od inglesi, che qui costruirono regge sontuose senza badare a spese.

È in una di queste dimore principesche, edificata rispettando i principi del Feng Shui, che ho appreso le informazioni qui riportate e qui ho conosciuto una vera attivista anti-UNESCO.

Era la guida locale della Blue Mansion e da lei ho saputo che la ONG non dà affatto soldi agli affiliati ma più che altro fa per loro piani di sviluppo. Ero d’accordo con lei sul fatto che i piani dovessero essere confezionati su misura, e non rammendati per due realtà distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra. Sennò ovvio che i polemici denunceranno le specificità trascurate, creeranno rancorose tendenze scissioniste e, a causa delle resistenze burocratiche, arriveranno a scontrarsi a muso duro.

Penang e Malacca digrignano i denti persino quando si tratta di cucina: chi di loro ha il primato della tradizione Nyonya? Non si puo’dire con certezza perchè i piatti sono un mix di cinese, indiano, thailandese e malese. Però rimane sempre da stabilire se questo mix lo sappiano fare meglio a Nord o a Sud.

La nostra guida è partigiana e ci dice che Malacca di sicuro non ha case coloniali della preziosità della Pernakan House o i criteri di costruzione che stiamo vedendo tutto intorno a noi. La Blue Mansion è costruita in discesa, se ne infischia dell’esposizione degli altri edifici e guarda da sola il mare, come volesse voltargli le spalle. L’acqua che entra quando piove, inoltre, e crea spettacolari vortici al centro per scomparire poi di colpo negli scoli. Questo perchè gli elementi della natura si devono tener vivi anche nell’abitazione. È bene contemplare il movimento: tutto trascorre.

È una casa perfettamente simmetrica, dove le scale sono massicce, a ricordare che prima di iniziare una salita deve esserci una base stabile. Ed è blu indigo, soprattutto, come le città di Jaipur e alcuni villaggi del Marocco. Si distingue dal resto, ma lo stesso cerca di non perdere l’armonia con la natura, che è pure parte del resto. Assume la normalità della pioggia nella vita di ogni giorno.

Abbiamo saputo che nello chi point, il punto energetico della casa, fu fatta una proposta di matrimonio da parte di un americano alla sua bella gheisha asiatica. Beh, sembra che l’anello sia caduto e rimbalzando abbia iniziato a girare su sé stesso in una specie di moto perpetuo. Possiamo vederla come un resistere al mescolarsi di culture antitetiche, perchè l’occidente si intromette nell’oriente, oppure come un simbolo del movimento che genera le idee nuove, mescolandole. Quest’ultima, grazie alla fortuna di aver viaggiato tanto, non può che essere la mia interpretazione favorita.

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Sopravvivere al traffico di Bangkok: taxista vecchio fa buon brodo

Una metropoli asiatica a giorno d’oggi ha le ambizioni urbanistiche di una Londra o una New York e diciamo che verticalmente non le disattende mai: basta vedere la gara in corso tra i grattacieli più alti del mondo a Kuala Lumpur, a Shangai ma anche nell’amata Bangkok.

Orizzontalmente, però, almeno quest’ultima mantiene una caoticità automobilistica interrotta solo dalle infinite sopraelevate in costruzione, dal BTS skytrain e dalla benedetta metro MRT. Purtroppo però esse collegano solo la zona più INN della città. La città vecchia e l’area storica dei monumenti sono invece le meno servite dai mezzi pubblici e pertanto rimane un’unica scelta, se a un certo punto della giornata i piedi esplodono e le spalle sono già marchiate a fuoco dalla cannottiera: il dannato taxi.

Dico dannato perchè se già in Europa vige la lotta a non farsi fregare, qui ci sono le aggravanti di una lingua non phonic-friendly, di un alfabeto diverso e di una scarsissima pratica con le mappe occidentali. Già ho trattato il tema della diversità di prospettiva spaziale tra mappe occidentali e orientali, ma non ho ancora detto nulla su chi le legge.

Ebbene, dopo essermi fatta inviare indirizzi scritti in alfabeto thai dagli alberghi e persino dalle applicazioni di prenotazione (ottima come sempre Agoda in tal senso) sono arrivata alla conclusione che c’è una grossa percentuale di tassisti che non sa leggere. E, oltre a questi, molti che fanno la sceneggiata siamese. Sta di fatto che arrivi alla stazione e per farti portare al monumento (gigante) alla Democrazia si riuniscono minimo tre ceffi intorno al tuo telefonino (che non gli molli in mano neanche a morire, nemmeno quando fanno i miopi).Non capiscono, non sanno.

Sarà pure che di democrazia non ne vedono molta, visto che c’è un regime militare, ma farsi portare dove vuoi tu é un’impresa, soprattutto se si è già fatto buio. I taxisti di Bangkok mi sa che adottano, infatti, delle tariffe fotocromatiche, che al sopraggiungere del crepuscolo si esprimono solo in multipli di 100 baht. Io ho lottato con la grinta una campionessa di muay thai per farmi mettere il tassametro, che parte da 35 baht aumentando super lentamente e di pochi centesimi man mano che passano i chilometri.

“Meter!” bisogna dire, puntando i piedi e pronti al combattimento, come quando negli incontri suonano le cornamuse iniziali. Questo lo fate appena loro abbassano il finestrino.

I primi tre, ve lo dico, andranno via brontolando, poi però il quarto -spero- farfuglierá qualcosa che vuol dire “va bene sali” e premerà finalmente il pulsantino sotto il contatore. Con ogni probabilità noterete che il vostro sfidante era un vecchietto macilento. Di quelli che da noi sarebbero già in pensione e vi farà tenerezza per questo, anche perchè lui si attiene timorosamente alle leggi, che per altro esistono.

Infatti di questi tempi i tassisti di Bangkok sarebbero obbligati dal governo a usare il meter ma evidentemente i falchetti magrolini che vi aspettano fuori dalle discoteche di Sukhumvit si sentono sprezzanti del pericolo e ancora si permettono di lasciarvi a piedi. Stimo che in un paio d’anni, visto quanto seriamente la Thailandia militare prende lo sviluppo turistico, questi piccoli bruce lee con la spocchia del loro scarso inglese saranno ricondotti all’ovile.

Intanto però vi consiglio di scegliere il tassista vecchio, che come la gallina fa buon brodo, e magari gli pagate anche la pensione che é scarsina. Se poi scegliete un albergo adiacente a un templio e registrate qualcuno che in Thai ne pronuncia il nome, potreste aver fatto il colpaccio e muovervi per le strade della capitale con la leggerezza aerea di un dragone da cerimonia.

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Sepang-Sepang: storie malesi di motogp

In un viaggio che si rispetti arriva spesso il momento di noleggiare un motorino. Non importa essere stati scarsi persino con il triciclo, in un’avventura si deve osare e la maggior parte dei lettori sicuramente lo fa.

Lo dico perchè durante le mie vacanze ho visto troppi giovani col braccio fasciato e appeso al collo o con le gambe piagate dalle ustioni. Non è neanche detto che sia colpa del conducente, comunque, perchè spesso ti danno dei carciofoni con le gomme liscie e non si capisce come vadano avanti e sembrino pure nuovi.

Le isole greche, in questo senso, vincono sicuramente la maglia nera: le metto ultime nel primato dei conducenti illesi. In Asia, invece, va un po’ meglio e in Tailandia, per esempio, si trovano mini moto enduro nuove di zecca e a modico prezzo.

Voglio parlare però della mia avventura su due ruote a Penang, in Malesia. L’isola è un magnifico mix tra antico e moderno ma a Georgetown agognavo una due ruote per uscire dall’urbano e percorrerla tutta d’un fiato, al mio ritmo. Volevo una vera moto ma tutto quello che ho ottenuto è stato lo scooterino a marce, truccatissimo, del figlio del negoziante.

Non parlava inglese bene e il gesto internazionale secondo cui uno gira il polso per accelerare e contemporaneamente tira su e giù il piede sinistro non chiariva le me richiesrte.. mi voleva rifilare la solita carretta!

A un certo punto mi viene un’idea: “Sepang! Sepang!” – gli urlo. E lui: AAAAhhhn. Ha capito, finalmente ha capito! Voglio un mezzo degno del motomondiale.

Corre nel retrobottega e io mi frego le mani. Ritorna con uno scooter apparentemente uguale agli altri ma con dello scotch nero a coprire gli indicatori sul cruscotto. Stra-tamarro, penso. Poi vedo che mi mostra felice una pedalina sul fianco sinistro e continuo ad avere dubbi.

Manca la leva della frizione gli dico a gesti. Non serve, mi fa capire. Ha ragione, non serve, se sei uno che sa cambiare sentendo il motore. Va bene, proviamo, rispondo con un’occhiata presuntuosa.

Da come lo fa lui, sgommando davanti al negozio, sembra facilissimo. Peccato che il cambio funzioni al contrario del normale e premendo in avanti si salga di marcia, ohibò. Poi invece per scendere si preme la stessa leva indietro col tallone, tipo altalena per bambini. Ce la devo fare lo stesso, penso, ormai lo ho esaltato con sto “Sepang!” e non posso far fare figuracce alla scuderia italiana.

Per chi ancora non l’avesse capito questo è il nome della pista del motogp in Malesia e a quanto pare ha un sacco di follower, che in seguito mi fermeranno pure per strada per la mia palese somiglianza con Valentino Rossi. Anche per quest’ultimo motivo lascio che l’orgoglio spazzi via la paura e parto salutandolo con la mano orfana della frizione.

Niente, sono sempre stata imbranata quando mi si presenta un’impovvisa variazione tecnica e anche stavolta non mi smentisco. Devo reimpostare le coordinate nel cervello proprio mentre mi trovo a salire delle montagne verde tropicale con pendenza alpina del 10%.

Tacco- punta, tacco punta, memorizzo, come fossi una ballerina di tip tap. Punta quando la due ruote inizia a smarmittare troppo, tallone (cercando di non bruciarsi) quando arriva la bella discesona su cui stridono i freni.

Comunque ste moto sono fatte per chi ha le gambe ad “O” come Lupin e Sampei, oppure quando le usi tanto ti si allunga il tendine d’achille e da lì vai via più sciolto. Li analizzo dalla vita in giú mentre mi sorpassano, io per il momento sono ancora legata nei movimenti e, cercando di mantenere le caviglie ben distanti dai tubi, penso ai pluri-ustionati delle isole greche.

Deglutisco; tornerò tutta intera, e gli succhierò le ruote a sti musi gialli, te lo prometto Valentino… salgo ancora! C’è una parte dell’isola veramente boscosa e scoscesa, dove si trova un altrettanto magnifica tropical fruit farm che consiglio di visitare con tanto di degustazione. Non resisto alla tentazione del mio pit-stop e ne esco due ore dopo piena zeppa di papaya con la pipì da fare ogni 5 minuti dietro alle piantine di ananas.

Il cronometro scorre stancamente e dice che gli sfidanti asiatici mi hanno già doppiato per la terza volta. Sto nella parte più vergine dell’isola e dato che la pole position é persa da un po’, rallento per godermela. Peccato sia anche la zona in cui il gioiellino del figliol prodigo si ferma a tradimento: è finito il carburante.

Siamo onesti, mi aveva detto che con quel pieno avrei percorso l’intero perimetro di gara ma non siamo nemmeno a metà! Ok, non avrò guidato in modalità ecologica ma … É mai possibile!? L’unica cosa è ridere e accettare la ritirata dal mio moto GP.

Ridere e non prendersela perché i malesi sono brava gente e so che qualcuno dei tifosi mi aiuterà anche se non corro in casa. Arriva una signora da un baracchino della frutta, mi dice di non preoccuparmi. Ride con me. Arrivano poco dopo due ragazzini in scooter con una bottiglia piena a un terzo, 3 ringi per arrivare a balik pulau, la pompa di benzina più vicina. Glieli do sorridendo rassegnata perchè stavolta non ho saputo sentire nè il motore nè il nome: non siamo Sepang, no, avevo capito male, siamo solo a Penang!

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Mi rifiuto di visitare Vancouver!

Nella presentazione al pubblico di me stessa ho scritto senza remore “viaggiatrice di secondo pelo”. Questo perché mi considero piuttosto esperta, versatile rispetto alle diverse situazioni incontrate in viaggio e con una buona dose di accettazione delle differenze, data anche dall’età e dall’esperienza.

Devo constatare, tuttavia, che il pelo nello stomaco non mi è ancora cresciuto e certe volte trovo davanti a me situazioni moralmente inaccettabili.

Mi è capitato ad esempio a Vancouver, città sempre descritta come il paradiso di chi ama il contrasto tra mare e cime innevate e meta dei miei sogni rimandati. Oltre a questo, è famosa anche per il clima relativamente mite d’inverno, che richiama migliaia di altri canadesi mezzi congelati dalle rigide temperature della costa est.

Nessuno però ti dice che Vancouver è anche la città dove ha avuto inizio il fenomeno della speculazione immobiliare e della conseguente gentrificazione, che ha lasciato senza casa migliaia di cittadini. Questo perché una crescente quantità di straricchi asiatici ha investito cifre spropositate nelle case del centro, facendo lievitare artificialmente i prezzi (stimabili ora in milioni di euro per pochi mq) e costruendo condomini di lusso e zone ammiccanti al turismo di massa.

Gli sfollati, tuttavia, anche non potendosi più permettere un alloggio degno nella loro città, in molti casi non hanno abbandonato la piazza e vivono in delle specie di tendopoli a pochi passi dal famoso orologio a vapore che i turisti amano fotografare.

Non si tratta, tuttavia, di un organizzato campeggio di indignati che protestano.

Piuttosto, vi sono venute a vivere persone che hanno perso ogni dignità decoro e sono anche cadute nella terribile spirale della tossicodipendenza. Non parliamo di quattro canne e due pastiglie, né di un paio di vie che é meglio evitare.

Vengono a migliaia da tutto il Canada e dagli Stati Uniti, invece, per andarci molto ma molto più pesante. A Vancouver, infatti, l’eroina dilaga senza freni e infesta tutto il lato est del centro storico come una piaga inarrestabile, anche perché viene distribuita gratis dallo stesso Stato della British Columbia.

Sì, avete capito bene: pensano, in questo modo, di tenere alla larga le persone dal Fentanyl, droga killer che ammazza dopo sole poche dosi iniettate. In altre parole la situazione, per numeri e decessi, è decisamente sfuggita di mano e, come spesso accade in questi casi, si pensa al male minore o, almeno per quanto riguarda i politici, a mettersi al riparo dall’ecatombe. Non sta a questo blog giudicare una contingenza che ricorda tanto il Platzspitzdi Zurigo, ma si presenta ben 30 anni dopo, in uno dei paesi-faro per i diritti civili.

Tuttavia, credo che chi voglia intraprendere un viaggio con questa destinazione debba esserne informato: se devierete leggermente dai percorsi guidati, vedrete drogati che si fanno per strada usando ogni vena possibile, malati di mente che vagano soli e non assistiti, sporcizia e tanta, tanta disperazione. Io sono partitaria del vedere ogni aspetto per farmi un’idea reale del mondo, ma non è detto che si debba assorbire sempre tutto e raccontare solo il bello del viaggio oppure ignorare l’orrore concentrandosi solo sul waterfront colorato, magari con una birra in mano e sulla tavola qualche saporito gamberetto appena pescato.

Uomo avvisato mezzo salvato.

Se poi invece l’uomo è ancora più umano e vuole saperne di più, consiglio di vedere qualche video su youtube, specialmente quelli che parlano di come la famiglia Sahota abbia approfittato della situazione affittando letti ai derelitti, in alberghi fatiscenti e condizioni igienico-sanitarie a dir poco agghiaccianti. I suoi membri, tre anziani fratelli indiani, ricchissimi ma cenciosi, si sono guadagnati il vergognoso appellativo di slum lords e, ahimè, sono ancora a piede libero e visibili ai curiosi mentre consumano pasti con i loro ‘sudditi’ alla mense dei poveri.

Questa, forse, ad essere veramente cinici, è l’attrazione più stupefacente di Vancouver.

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