Sepang-Sepang: storie malesi di motogp

In un viaggio che si rispetti arriva spesso il momento di noleggiare un motorino. Non importa essere stati scarsi persino con il triciclo, in un’avventura si deve osare e la maggior parte dei lettori sicuramente lo fa.

Lo dico perchè durante le mie vacanze ho visto troppi giovani col braccio fasciato e appeso al collo o con le gambe piagate dalle ustioni. Non è neanche detto che sia colpa del conducente, comunque, perchè spesso ti danno dei carciofoni con le gomme liscie e non si capisce come vadano avanti e sembrino pure nuovi.

Le isole greche, in questo senso, vincono sicuramente la maglia nera: le metto ultime nel primato dei conducenti illesi. In Asia, invece, va un po’ meglio e in Tailandia, per esempio, si trovano mini moto enduro nuove di zecca e a modico prezzo.

Voglio parlare però della mia avventura su due ruote a Penang, in Malesia. L’isola è un magnifico mix tra antico e moderno ma a Georgetown agognavo una due ruote per uscire dall’urbano e percorrerla tutta d’un fiato, al mio ritmo. Volevo una vera moto ma tutto quello che ho ottenuto è stato lo scooterino a marce, truccatissimo, del figlio del negoziante.

Non parlava inglese bene e il gesto internazionale secondo cui uno gira il polso per accelerare e contemporaneamente tira su e giù il piede sinistro non chiariva le me richiesrte.. mi voleva rifilare la solita carretta!

A un certo punto mi viene un’idea: “Sepang! Sepang!” – gli urlo. E lui: AAAAhhhn. Ha capito, finalmente ha capito! Voglio un mezzo degno del motomondiale.

Corre nel retrobottega e io mi frego le mani. Ritorna con uno scooter apparentemente uguale agli altri ma con dello scotch nero a coprire gli indicatori sul cruscotto. Stra-tamarro, penso. Poi vedo che mi mostra felice una pedalina sul fianco sinistro e continuo ad avere dubbi.

Manca la leva della frizione gli dico a gesti. Non serve, mi fa capire. Ha ragione, non serve, se sei uno che sa cambiare sentendo il motore. Va bene, proviamo, rispondo con un’occhiata presuntuosa.

Da come lo fa lui, sgommando davanti al negozio, sembra facilissimo. Peccato che il cambio funzioni al contrario del normale e premendo in avanti si salga di marcia, ohibò. Poi invece per scendere si preme la stessa leva indietro col tallone, tipo altalena per bambini. Ce la devo fare lo stesso, penso, ormai lo ho esaltato con sto “Sepang!” e non posso far fare figuracce alla scuderia italiana.

Per chi ancora non l’avesse capito questo è il nome della pista del motogp in Malesia e a quanto pare ha un sacco di follower, che in seguito mi fermeranno pure per strada per la mia palese somiglianza con Valentino Rossi. Anche per quest’ultimo motivo lascio che l’orgoglio spazzi via la paura e parto salutandolo con la mano orfana della frizione.

Niente, sono sempre stata imbranata quando mi si presenta un’impovvisa variazione tecnica e anche stavolta non mi smentisco. Devo reimpostare le coordinate nel cervello proprio mentre mi trovo a salire delle montagne verde tropicale con pendenza alpina del 10%.

Tacco- punta, tacco punta, memorizzo, come fossi una ballerina di tip tap. Punta quando la due ruote inizia a smarmittare troppo, tallone (cercando di non bruciarsi) quando arriva la bella discesona su cui stridono i freni.

Comunque ste moto sono fatte per chi ha le gambe ad “O” come Lupin e Sampei, oppure quando le usi tanto ti si allunga il tendine d’achille e da lì vai via più sciolto. Li analizzo dalla vita in giú mentre mi sorpassano, io per il momento sono ancora legata nei movimenti e, cercando di mantenere le caviglie ben distanti dai tubi, penso ai pluri-ustionati delle isole greche.

Deglutisco; tornerò tutta intera, e gli succhierò le ruote a sti musi gialli, te lo prometto Valentino… salgo ancora! C’è una parte dell’isola veramente boscosa e scoscesa, dove si trova un altrettanto magnifica tropical fruit farm che consiglio di visitare con tanto di degustazione. Non resisto alla tentazione del mio pit-stop e ne esco due ore dopo piena zeppa di papaya con la pipì da fare ogni 5 minuti dietro alle piantine di ananas.

Il cronometro scorre stancamente e dice che gli sfidanti asiatici mi hanno già doppiato per la terza volta. Sto nella parte più vergine dell’isola e dato che la pole position é persa da un po’, rallento per godermela. Peccato sia anche la zona in cui il gioiellino del figliol prodigo si ferma a tradimento: è finito il carburante.

Siamo onesti, mi aveva detto che con quel pieno avrei percorso l’intero perimetro di gara ma non siamo nemmeno a metà! Ok, non avrò guidato in modalità ecologica ma … É mai possibile!? L’unica cosa è ridere e accettare la ritirata dal mio moto GP.

Ridere e non prendersela perché i malesi sono brava gente e so che qualcuno dei tifosi mi aiuterà anche se non corro in casa. Arriva una signora da un baracchino della frutta, mi dice di non preoccuparmi. Ride con me. Arrivano poco dopo due ragazzini in scooter con una bottiglia piena a un terzo, 3 ringi per arrivare a balik pulau, la pompa di benzina più vicina. Glieli do sorridendo rassegnata perchè stavolta non ho saputo sentire nè il motore nè il nome: non siamo Sepang, no, avevo capito male, siamo solo a Penang!

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Mi rifiuto di visitare Vancouver!

Nella presentazione al pubblico di me stessa ho scritto senza remore “viaggiatrice di secondo pelo”. Questo perché mi considero piuttosto esperta, versatile rispetto alle diverse situazioni incontrate in viaggio e con una buona dose di accettazione delle differenze, data anche dall’età e dall’esperienza.

Devo constatare, tuttavia, che il pelo nello stomaco non mi è ancora cresciuto e certe volte trovo davanti a me situazioni moralmente inaccettabili.

Mi è capitato ad esempio a Vancouver, città sempre descritta come il paradiso di chi ama il contrasto tra mare e cime innevate e meta dei miei sogni rimandati. Oltre a questo, è famosa anche per il clima relativamente mite d’inverno, che richiama migliaia di altri canadesi mezzi congelati dalle rigide temperature della costa est.

Nessuno però ti dice che Vancouver è anche la città dove ha avuto inizio il fenomeno della speculazione immobiliare e della conseguente gentrificazione, che ha lasciato senza casa migliaia di cittadini. Questo perché una crescente quantità di straricchi asiatici ha investito cifre spropositate nelle case del centro, facendo lievitare artificialmente i prezzi (stimabili ora in milioni di euro per pochi mq) e costruendo condomini di lusso e zone ammiccanti al turismo di massa.

Gli sfollati, tuttavia, anche non potendosi più permettere un alloggio degno nella loro città, in molti casi non hanno abbandonato la piazza e vivono in delle specie di tendopoli a pochi passi dal famoso orologio a vapore che i turisti amano fotografare.

Non si tratta, tuttavia, di un organizzato campeggio di indignati che protestano.

Piuttosto, vi sono venute a vivere persone che hanno perso ogni dignità decoro e sono anche cadute nella terribile spirale della tossicodipendenza. Non parliamo di quattro canne e due pastiglie, né di un paio di vie che é meglio evitare.

Vengono a migliaia da tutto il Canada e dagli Stati Uniti, invece, per andarci molto ma molto più pesante. A Vancouver, infatti, l’eroina dilaga senza freni e infesta tutto il lato est del centro storico come una piaga inarrestabile, anche perché viene distribuita gratis dallo stesso Stato della British Columbia.

Sì, avete capito bene: pensano, in questo modo, di tenere alla larga le persone dal Fentanyl, droga killer che ammazza dopo sole poche dosi iniettate. In altre parole la situazione, per numeri e decessi, è decisamente sfuggita di mano e, come spesso accade in questi casi, si pensa al male minore o, almeno per quanto riguarda i politici, a mettersi al riparo dall’ecatombe. Non sta a questo blog giudicare una contingenza che ricorda tanto il Platzspitzdi Zurigo, ma si presenta ben 30 anni dopo, in uno dei paesi-faro per i diritti civili.

Tuttavia, credo che chi voglia intraprendere un viaggio con questa destinazione debba esserne informato: se devierete leggermente dai percorsi guidati, vedrete drogati che si fanno per strada usando ogni vena possibile, malati di mente che vagano soli e non assistiti, sporcizia e tanta, tanta disperazione. Io sono partitaria del vedere ogni aspetto per farmi un’idea reale del mondo, ma non è detto che si debba assorbire sempre tutto e raccontare solo il bello del viaggio oppure ignorare l’orrore concentrandosi solo sul waterfront colorato, magari con una birra in mano e sulla tavola qualche saporito gamberetto appena pescato.

Uomo avvisato mezzo salvato.

Se poi invece l’uomo è ancora più umano e vuole saperne di più, consiglio di vedere qualche video su youtube, specialmente quelli che parlano di come la famiglia Sahota abbia approfittato della situazione affittando letti ai derelitti, in alberghi fatiscenti e condizioni igienico-sanitarie a dir poco agghiaccianti. I suoi membri, tre anziani fratelli indiani, ricchissimi ma cenciosi, si sono guadagnati il vergognoso appellativo di slum lords e, ahimè, sono ancora a piede libero e visibili ai curiosi mentre consumano pasti con i loro ‘sudditi’ alla mense dei poveri.

Questa, forse, ad essere veramente cinici, è l’attrazione più stupefacente di Vancouver.

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Palawan e gli eroi della pulizia

Quando ci si informa sui vaccini da fare in partenza per Palawan, le Filippine assumono un’aria un po’ malsana e vibrionica.
Si vocifera, infatti, che dengue e malaria aleggino come spettri nel sud dell’isola. Effettivamente, una volta arrivati, ci sono sicuramente acquitrini pieni di zanzare ghiotte di polpacci occidentali.
Inutile preoccuparsi ad ogni pozzanghera, comunque, e secondo me anche sconsigliabile riempirsi di vaccini come quella coppia ansiosa di Mallorca che incontrai ad Hanoi: viaggiavano con un trolley di medicinali e avevano fatto addirittura l’antirabbica.
Dai, se consideriamo il grado di sviluppo, le Filippine sono un paese relativamente pulito e possiamo capirlo anche dalla cura di sé che hanno gli abitanti. É vero che in giro si vedono tanti cani rognosi, ma questo dipende piú dalla denutrizione che dalla sporcizia.
Vi dico che fuori dalle stamberghe più remote e immerse nella giungla tropicale si intravedono panni perfettamente stesi ad asciugare sulle grucce, allineati in quel modo caratteristico ed ordinato che previene le grinze. Sono abiti di bambini in molti casi, che mia mamma chiamerebbe decorosi o elegantini, ma soprattutto ben tenuti. Sorprendente il fatto che la cura dell’uniforme di scuola conti così tanto quando intorno può mancare tutto il resto. Spiegabile, però, se si pensa che i filippini non sono solo un popolo amante della pulizia ma anche dell’estetica.

Ho capito meglio perchè nel passato e nel presente siano stati molto richiesti come collaboratori domestici e, senza voler mancare di rispetto a nessuno, intuisco perchè “filippino” sia diventato quasi sinonimo di bravo cameriere. Voglio dirlo come un complimento perchè i locali sono attenti e molto gentili anche nel rapporto con i turisti, anche se, ahimè, la velocità non è il loro forte.
Hanno un altro concetto del tempo, imperniato sul fatto che, qualsiasi cosa tu debba fare include una parte di(inutile)attesa. Al ristorante, per esempio, dove i piatti sono molto curati e la presentazione è carina, si riesce a dimenticare quegl’interminabili intervalli di fame nera anche grazie ai modi cortesi del personale. Quando invece bisogna partire con un autobus che non si riempie mai, ecco che qualche imprecazione ti sfugge comunque dalla bocca, perchè la tua pazienza è pur sempre europea.
Tornando ai domestici volati oltre oceano, c’è da sapere che in patria sono visti come degli eroi. Sono loro, a quanto pare, che sostengono l’economia, loro i pilastri su cui si reggono le palafitte sgangherate dei sobborghi, in cui non manca mai una parabola per vedere l’NBA.
Di questi tempi c’è da chiedersi come facessero a crearsi velocemente una posizione ed un nuovo status nelle nazioni ospitanti. Ebbene, a sopresa, esiste un ministero dedicato a piazzarli capillarmente nelle famiglie straniere, e funziona ormai ottimamente da diversi anni.
Se anch’io avessi un ministero così alle spalle, penserei di fare il contrario: stabilirmi con il suo aiuto nelle Filippine, possibilmente in una zona accessibile e con un mare meraviglioso, e montare il mio business di soffici fazzolettini di carta. Se si considera la temperatura esterna, sempre alta anche nelle giornate piovose, l’aria condizionata sparata a mille nei minivan con cui si viaggia e l’umidità che non fa asciugare mai bene vestiti e capelli, i raffreddori sono la costante su cui puntare.
Concorrenza poi non ce n’è assolutamente, perchè sfido chiunque a trovare nell’arcipelago un supporto da naso piu’ esteso di 10 cm2 e fatto di carta non patinata. Il mio business funzionerebbe, signori politici, e per spingerlo non farò molto altro che distendermi sull’amaca reggendo in una mano l’unica piñacolada con tovagliolo di vera carta salvagocce. Intanto gli altri turisti, con il naso sgocciolante e le dita fradice, sfileranno davanti al mio spaccio di salviette e mi riempiranno le tasche con infinita gratitudine. In un mondo ideale, se questo succedesse, sarei anch’io un’eroina ufficialmente riconosciuta.

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Kuala Lumpur: genio e sregolatezza urbanistica

Kuala Lumpur è da pazzi. Sconvolge le logiche del comune senso dell’orientamento come nessun altra città visitata. Il suo nome significa “confluenza fangosa” tra un fiume grande ed uno piccolo e davvero si rischia di rimanervi impantanati. È infatti una città costruita per le macchine dove il pedone conta quanto a scacchi. Tra i piloni di cemento sporchetti che sostengono le autostrade ed i treni monorotaia, attraversare è veramente complicato: devi conoscere i punti dove ci sono i ponti sopraelevati, o contare su un buon allungo perchè sulla strada normale, a molte corsie, devi correre. Oppure aspettare che un manipolo di temerari inizi la traversata ed unirti a loro. Se dovessimo usare di motti, direi: “l’unione fa la forza” e ” non è un paese per vecchi”.IMG_0378 Oltre a questo si aggiungono i lavori in corso, faraonici e presenti ovunque. Sì perchè la città sta cambiando volto e si vota ancora di più al turismo quindi ha bisogno di attrazioni accessibili e presto. Peccato che nel frattempo non si curi minimamente del comfort dei visitanti che già ci sono. Facce perplesse di occidentali ovunque, gente che per disperazione, dopo essere stata deviata da cantieri in tre incroci di fila, scavalca le ringhiere raccomandandosi ad Allah. Immagino che tra 5 anni questa città sarà molto diversa, già si vede che nella zona centrale, quella di Merdeka square (non ridete, vuol dire ” piazza Indipendenza”), stanno pavimentando col marmo e lasciando ampie zone di prato e fiori. Intanto però conoscere bene i passaggi interni ai centri commerciali, che sono tutti collegati, è un salvavita usato con cognizione dai locali e dai visitatori che contano almeno tre giorni di permanenza (perchè prima non lo capisci). mappa passaggiAll’interno di questi passaggi, che sono a loro volta collegati da passerelle sospese tra gli edifici, tutte coperte, le indicazioni ci sono e sono anche ben fatte. Da Bukit Bintag , il quartiere vip, alle Petronas Towers si arriva senza mai mettere il naso fuori. Diciamo che è un vantaggio nel caso delle piogge torrenziali che spazzano la città almeno una volta al giorno e anche quando il caldo soffocante ti sta sfiancando.
IMG_0356Tuttavia, levano quel gusto della scoperta nell’aria libera ed il sapere sempre se fuori fa buio o luce, rispetto all’ora in cui sei entrato. Per questa fissazione mi sono ostinata a camminare fuori, e l’unica soluzione che ho trovato per non perdere il filo di arianna è stato guardare in alto e ricordarmi il nome degli edifici e degli shopping malls. Purtroppo, così facendo, si passa per zone un po’ squallide, anche perchè la città segue uno sviluppo a macchia di leopardo ed in mezzo ci sono i cantieri, qualche chalet tra gli alberi che ti pare ancora di stare nella giungla e sopra-passaggi ripidissimi, quando sei fortunato. Puoi anche chiedere alla gente, che è molto cortese e tenta di aiutarti. Ma molto spesso non sa o ti da delle indicazioni di difficile interpretazione. Destra o sinistra non è mai netto: anche il segno che ti fanno con la mano può essere una bisettrice tra le due direzioni e io mi domando se a questo punto l’incertezza sia un tratto culturale. Google maps mi ha mandato in certi sopra-passaggi davvero poco raccomandabili e quindi ho smesso di domandare anche a lui. Comunque, la soluzione mi è arrivata come sempre dal pragmatismo dei pionieri inglesi, che questi luoghi li hanno colonizzati: per orientarsi la cosa ideale è fare prima un giro di quelli con il Bus scoperto, anche se lo trovi kitsch. Almeno capisci dove sono le cose da vedere e ti godi anche i grattacieli fantasmagorici da tutte le prospettive. Ce ne sono tantissimi, non solo le famosissime Petronas e la KL tower.
IMG_0516Gli asiatici sono ossessionati dall’ altezza e credo sia per questo che visitano tanto Kuala Lumpur, che di storico non ha molto. Comunque, anche grazie a Air Asia, la Ryanair asiatica che ha sede qui, sta crescendo moltissimo e diciamo che due giorni di visita gli vanno concessi, non di più. Se non altro per vedere la zona coloniale, la Chinatown nazionale, patria degli orologi tarocchi, e lo skyline veramente mozzafiato degno di una metropoli in cui scorre il petrolio a fiumi: non troppo, diciamo solo quello piccolo dentro a quello grande dell’OPEC.

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Lone traveller: vantaggi e svantaggi del viaggiare da soli

Quando sei in giro per il mondo per qualcosa di più che una breve vacanza è raro sentire parlare italiano. La maggior parte dei cosiddetti lone-traveller vengono infatti da altri paesi, prevalentemente anglosassoni, notavo. Comunque, non è insolito trovare anche francesi e tedeschi e, per fortuna per me, anche qualche spagnolo. Quello che tutta questa gente ha in comune, nonostante l’appellativo, è la fiducia che durante il viaggio non saranno mai soli. Infatti, in questo anno sabbatico o in questi molti mesi che dedicheranno a viaggiare, saranno molto più inclini a fare amicizia, più aperti e ciarlieri che nella loro città d’origine. Molto probabilmente avranno dei momenti di solitudine e di reincontro con se stessi, ma anche di attività intensa e stanchezza positiva perchè alla fine stare soli è anche la possibilità di fare tutto ciò che si vuole, senza dover negoziare o cambiare il proprio ritmo per altri.IMG_9865
Secondo me è un’ esperienza da provare e pertanto credo che i pro superino di gran lunga i contro. Tuttavia, ci sono alcune cose da tener in conto, prima e dopo la partenza, alcune talmenti banali e vere che sembrano quelle barzellette della serie sai qual è il colmo per… ? Beh, ecco alcuni esempi.

1. Devi stare molto più attento quando attraversi la strada, soprattutto nei paesi in cui si guida a sinistra, perchè se sei distratto nessuno ti salverà. Ho riflettuto su questa banalità durante la prima settimana e mi è servito a portare a casa la pellaccia.

2. Se hai bisogno di un consiglio sui posti da visitare è meglio chiedere ad Occidentali, ed ancora meglio a persone con un background e un gusto simile al tuo. Almeno su certi argomenti non importa quanto tu voglia immergerti nella cultura del luogo: di solito uno mantiene i gusti e le necessità delle macro aree in cui vive. Sull’abbigliamento per le escursioni: considera sempre che un malese ti manderebbe nella giungla in ciabatte, ad esempio, e un indonesiano ti farebbe andare su un vulcano di 5000 metri in t-shirt perchè: “yes, you can do it!” , anche se non hai una giacchetta. Io se devo chiedere notizie su una spiaggia con il mare cristallino, poi, chiederò proprio ad Italiani perchè, incredibile a dirsi, li trovo sempre nelle migliori spiagge anche se nel resto del paese non ve ne è traccia. Se invece devo valutare se un monumento merita una visita o meno, lascerò perdere la lonely planet e chiederò forse a un tedesco o comunque a un europeo, che prima si è sicuramente informato su tutto meglio di me. Questo anche perchè in Giappone, chiedevo spesso ai locali quali fossero le attrazioni più belle del luogo e finivo sempre nelle le tombe degli imperatori, che alla fine sono quasi tutte fatte con lunghi percorsi di colonne rosse a finre in portali con meravigliose tettoie adoranate, per carità, ma vista una viste tutte.

3. Succede che uno pianifichi di fermarsi tot giorni in un posto ma poi si percepisca che il piano ha bisogno di una modifica perchè il posto non incontra le aspettative. A volte si è un po’ indecisi ma il mio consiglio è il seguente: il momento giusto per andar via è quando ti accorgi che stai iniziando a odiare tutti. Forse odio è un sentimento eccessivo, ma se anche noti un certo fastidio che inizia ad insidiarsi in te allora vai: prendi il volo, ti aspetta qualcosa di meglio. Non serve a niente fermarsi di più dove la doccia è sempre occupata o ti chiedono un extra su ogni piccola esigenza.

4. Quando puoi, soprattutto in Asia, prendi un fazzolettino. Ruba i tovaglioli al ristorante o persino imbosca un rotolo di carta igienica, a volte. Ti servirà sicuramente se non ami ripulirti con la pompa nei bagni di fortuna o anche vuoi fare uno spuntino di frutta in un chiosco ma non hanno idea di cosa sia una salvietta.

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I miei amici lone traveller.

5. Prima di partire fai degli esercizi di stretching sulle braccia. Allunga i muscoli e cerca di diventare flessibile come una scimmietta perchè dovrai metterti la crema sulla schiena da solo. Con il sole che c’ è in certi paesi è proprio tassativo e una delle cose più divertenti è guardare le schiene dei lone traveller. Magnifiche bruciature a forma di cinque dita che tendono a mete inarrivabili. Secondo me dovrebbero fare una classifica degli autospalmatori più bravi e conferire un premio per la miglior impronta creativa a fine anno. Comunque tranquilli perchè l’idea per il futuro già ce l’ho ed è brevettare un braccio meccanico che faccia il lavoro e sia il compagno inseparabile di ogni lone traveller. Se mi riempio di soldi poi vi farò sapere.

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I barcascontri del Taman Negara

Per sentirsi veramente wild c’è da andare una volta nella giungla. Mi riferisco alla rain forest, quella foresta intricata e intrisa di umidità che si trova solo a livello delle equatore. E non importa che tu sia tigre o varano:

giunto fin lì dovrai comunque salire. Sì, cammminare in salita perchè la giungla si impenna e precipita all’improvviso con pendenze intense e non è in pianura come nel Kerala indiano o come immaginavo io, guardando passeggiare Mowgli e Baloo. Sicuramente per questo hanno inventato le canopy walkaways, ossia delle passerelle sospese che vanno di albero in albero. Si snodano come un grosso anaconda e permettono di spostarsi rapidamente. Peccato che siano fatte per i visitatori e non tanto per gli indigeni. Poi ci sono anche le liane comunque, c’è tutto: le piante medicinali da strofinare, le formiche grandi come un dito del piede, le resine appiccicose con cui gli indigeni incollano i pezzi delle cerbottane. Per evitare tutte queste insidie, allora, che c’è di meglio che camminare a 45 metri di altezza, IMG_0252strisciando come gatti di città cauti, che prima saggiano la grondaia? Questi sono solo i pochi pericoli che ho trovato io sul mio cammino, facendo un mini percorso per turisti. Però, se uno volesse, nel Taman Negara può fare un trekking di due giorni che prevede circa 15 ore di cammino e dormire in una spelonca circondati da ragni, serpenti e porcospini dagli aculei giganti, tenuti lontani solo dal fuoco. Poi in teoria qui vive anche qualche esemplare di tigre malese ma nessuno (grazie al cielo) l’ha mai incrociata e bisognerebbe andare a Sabah nel Borneo settentrionale per coglierla sul fatto. Diciamo che io, a differenza dei miei amici, ho preferito vivere la giungla come un lunapark per non impressionarmi troppo, e sono andata persino sui barcascontri che sfrecciano pieni di viaggiatori in mezzo alle rapide lente.

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Il fiume, infatti, ha una forza molto limitata in questo punto e se ci siamo inzuppati fino al midollo è solo perchè i barcaroli burloni tentano di dare un di più alla traversata che conduce ai villaggi indigeni. Questi ultimi starebbero alle tribú cattivissime del Borneo centrale (quelle che mangiano la gente) come i gitani stanno agli zingari Rom. Trasposta ad altre latitudini e costumi è un po’ la stessa filosofia: rifiutare qualsiasi integrazione con la comunità attigua e stare lontani dal progresso per vivere da nomadi ed in piena libertà. È affascinante vedere come in un mondo dove tutti hanno tratti marcatamente cinesi, questi ragazzi assomiglino di più ai negri dell’Africa.

Chi guarda i documentari sicuramente ne sa più di me, ma io sono rimasta molto colpita dalla simulazione di caccia con le cerbottane, dai proiettili avvelenati e anche da come accendono il fuoco. E’ vera la cosa che ci raccontavano da boyscout, anche non siamo mai riusciti a farlo: alle equatore ci sono dei legni che strofinati opportunamente fanno scaturire il fumo in pochi istanti. Il legno meranti con il rattan, nella fattispecie, che molti di noi conoscono solo nell’utilità delle sedie da giardino Ikea. Di sedie qui non ce ne è traccia sotto le tettoie: usano il suolo per dormire e per sedersi, però, e non me l’aspettavo, indossano tutti le ciabatte. Contraddizioni come quella di fare della giungla un parco giochi, se vogliamo, o il fatto che ogni “uomo”della tribù debba essersi costruito una di queste armi da caccia e aver già imparato tutto sul veleno dell’ipoh a soli dieci anni. So che avrei potuto addentarmi di piú nella mia visita alla giungla ma per una volta mi sono accontentata del baraccone all’ingresso e delle attrazioni di facciata. Forse per il sentore del Sogkran imminente o per il caldo che trasudo dai vestiti mi godo i gavettoni dei vicini di barca: cercherò quale albero sia l’ipoh dalla tranquillità della poltrona di un ostello stavolta. La città e la tecnologia, forse quando mi sento indifesa di fronte alla grandezza della natura, mi richiamano a sé.
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Tripadvisor: efficienze e deficienze di un social media

Tripadvisor: efficienze e deficienze di un social media

Fino a pochi anni fa, quando il sistema di review on line non era ancora così sviluppato, avere una guida turistica da consultare, all’inizio di ogni viaggio, era pressochè obbligatorio. Questi 25-30 euro li spendevamo volentieri, anche per avere sullo scaffale un ricordo di quella bellissima avventura. A me manca un po’, sinceramente, e non perchè questi libretti fossero di immensa qualità, ma perchè l’equivalente on line non è ancora di un livello decente ed è diventato una specie di facebook in cui non sai più che pesci pigliare. E’ vero che ormai abbiamo mappe offline da scaricare che fuoriescono dalle tasche, ma quello che manca è una critica che si impegni per essere obiettiva, fatta da persone competenti. Mi riferisco a Tripadvisor, prevalentemente, che sta creando una specie di monopolio e sembra un satrapo che amministra il bene ed il male nelle proprie province, attribuendo ori e ricchezze in maniera populista. Mi spiego: in primo luogo non è accertato che il voto della maggioranza sia indice di qualità. Ad esempio in Tailandia mi è capitato di snobbare per anni la sala del trono e il museo dei gioielli della Corona perchè erano recensiti da chi li vedeva “pacchiani” o peggio come un’accozzaglia di cose o una disneyland del sud est asiatico. Leggendo un commento focalizzato sulle orde di cinesi che la assaltano e sulle strettissime (ma giuste) misure di sicurezza, stavo quasi per saltarla anche stavolta. Questo perchè spesso uno si legge gli ultimi tre commenti, ed essendoci gran quantità di americani che vedono magnifica anche la nuda pietra su cui si sedette George Washington, è molto più ricettivo di fronte alla negatività.

Invece, il palazzo reale di Bangkok è davvero un tesoro di gran valore, non solo per tutto l’oro cesellato che contiene sotto forma di troni e baldacchini, ma anche per gli arazzi di seta, le cui sfumature di rosa non trovano eguali in altre opere su tela. Lo stesso vale per il tempio di Loha Prasat unico nel suo genere perchè sembra un castello con guglie, su vari ordini di altezze, ma nessuno se lo fila perchè tutti affollano la più recensita Golden mountain, a pochi passi.

Si potrebbe obiettare che, guardando il grafico del giudizio dei lettori, ci si fa comunque un’idea veloce e verisimile della situazione. Beh, io risponderei che è vero solo in parte, perchè generalmente i delusi e frustrati si impegnano a scrivere più delle persone contente, che ronzano in giro a vedere altro. E poi ci sono nazionalità più proattive di altre: un esempio ne siano i viaggiatori asiatici, che scrivono un sacco, soprattutto sugli alberghi, e se leggete bene hanno canoni molto diversi dai nostri. Ricordatevi che sono loro quelli che poi imboscano nelle stanze il puzzolentissimo frutto Durian nelle camere d’hotel, ruttano e scoreggiano liberamente a colazione, e poi magari rompono le scatole per iscritto perchè dalle finestre si sente il rumore della strada.

Oltretutto Tripadvisor non pubblica tutte le recensioni. Parlo per esperienza personale, perchè anch’io una volta, in India, sono stata una frustrata che ha rischiato il pestaggio in un ristorante e voleva vendicarsi chiamando il paladino della giustizia Tripadvisor. Beh, ho scritto una recensione sul ristorante di Fort Kochin dove andai a dire che avevo la febbre e che avevo bisogno di ordinare piatti preparati con ingredienti non piccanti, per non peggiorarla. Sono stata trattata come una lebbrosa: il proprietario, che io pensavo scherzasse, mi ha iniziato a urlare di tutto in inglese dicendomi che nel suo ristorante non voleva gente malata e brandendomi contro un bastone. Ok ho sottovalutato una differenza culturale sfavorevole ai bisognosi ma, trattandosi di un ristorante che si fingeva italiano, era chiaro che avrebbe sicuramente attirato altri connazionali, malcapitati come me.

Me la sono data a gambe anche perchè stava iniziando a fare buio e in India nemmeno la polizia ti aiuta, in certi casi. Appena arrivata a casa, tuttavia, ho provato a scrivere una recensione, non offensiva, semplicemente che riportasse i fatti. Beh, sappiate che non me l’hanno mai pubblicata, o voi che credete ciecamente in Tripadvisor. Dopo anni di analisi ho la convinzione che Trip sia un po’ come il Grande Fratello: spesso non vincono quelli più bravi e che suscitano meno emozioni. Per essere primi in classifica bisogna semplicemente cercare di non stare antipatici a nessuno, soprattutto alla concorrenza, che ti puo’ far crollare nel ranking anche con una sola critica pessima e tendenziosa, ma pubblicabile. Per il resto cercate siti alternativi, anche se poco noti, soprattutto che siano affini ai vostri interessi.

Indonesia senza filtro

Indonesia senza filtro

l paradiso dei surfisti. Avevo etichettato Bali in questo modo, perché i conoscenti tornati dall’isolotto indonesiano erano quasi tutti bellimbusti lampadati che avevano visto solo la sconcertante capitale Denpasar, famosa per un mercato di animali strani, e la spiaggiona dalle dolci onde di Kuta, diventata oggi la mecca del surf. Continua a leggere Indonesia senza filtro

Guida pratica per sopravvivere al piccante in Oriente

Parlando di emorroidi arriva un momento in cui uno si chiede: ma come fanno a scamparle nel continente delle spezie e dei bazar? Come è possibile, almeno nella parte di India ed Indocina, che nessuno accusi il problema e continuino imperterriti a mangiare piccantissimo? Sì, perchè scelta in realtà non ce ne è; o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Un mio amico che lavora all’ICS (Cosorzio italiano di Solidarietà) mi diceva che i rifugiati provenienti da Afghanistan e Pakistan, vanno dal dottore un giorno sì e un giorno no per l’annoso problema. Continua a leggere Guida pratica per sopravvivere al piccante in Oriente

Cambodian blues

Cambodian blues

Certe volte quando viaggi ti senti proprio un ignorante. Poi, assalito dagli scrupoli che i tuoi studi precedenti ti instillano, cerchi di colmare le lacune leggendo qualche nozione sulla guida. Sfogliando i quattro cenni storici che la sempre incompleta Lonely Planet ti offre, tiri un sospiro di sollievo e visiti i luoghi turistici con più serenità. Ma quando arrivi a casa e magari ti leggi un libro serio sul paese appena visitato, lì ti senti proprio un fesso. Continua a leggere Cambodian blues