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L’occhio bionico di Wuzhen

Se è vero che tutti gridarono “al lupo” quando la Cina inventò la fedina penale a punti, è anche vero che la tecnologia per registrare le eventuali malefatte fu farina del sacco di un’università italiana. La responsabilità di quanto accaduto non è ovviamente diretta, ma il piano di rendere la città di Wuzhen un circuito chiuso, controllato al 100% dalle telecamere, prese forma anche grazie al genio dei ricercatori della mia città. Che poi chissà come ci saranno rimasti, vedendo a cosa sono valsi tanti sforzi. Non ho indagato a Trieste, ma sono andata a vedere Wuzhen.

Nonostante i miei pregiudizi, vi posso dire che questo è il luogo dell’idillio. È un’antica cittadina in legno, molto ben conservata ed in parte ristrutturata. Gli abitanti si muovono su e giù con canoe di fasciame ed alcuni si fanno aiutare nella pesca da alcune specie di cormorani giganti. Chiedo scusa per mio pressapochismo ornitologico e sociale, tuttavia vedere bestie appollaiate sulla barca, che poi si tuffano in cerca della preda, come fossero barboncini che riportano la pallina, mi ha fatto dimenticare persino delle telecamere.

Comunque, visitare questa cittadina è come scartare un regalo dietro l’altro, in un Natale che non finisce mai. Fatto mio il principio asiatico per cui, anche se ti sembra di avere davanti un passaggio occluso da un paravento, conviene comunque andare a vedere cosa si cela dietro, ho scoperto musei dei tessuti e della tintura, sontuose biblioteche di legno e persino il luogo dove si fermenta la madre delle salse di soya. La più rinomata, ovviamente, quella che si lascia stagionare sotto grandi cappellacci di paglia nera a forma di cono, che riparano le otri ricolme. Ogni volta che entravo dalla porta principale di un edificio (stando attenta al rialzo in legno dove molti yankee hanno sicuramente lasciato i denti davanti) scoprivo che in fondo, in un entusiasmante gioco di prospettive, si aprivano altre sale ed ancora altre, al punto che era facile scordarsi dei compagni rimasti fuori nell’indecisione.

Non so, onestamente, che percentuale del labirinto-Wuzhen ho visitato, perchè i cartelli non erano fatti per il turismo di massa, che deve sapere e trovare tutto, sennò va via inacidito. Però quello che ho scovato, perseverando fino a tarda sera, mi ha inorgoglito, perchè per un’occidentale non era affatto immediato. I turisti del luogo sono la grande maggioranza e ho notato che neanche loro parevano così spaventati dalle telecamere, ma si comportavano bene. A un certo punto, io ho addirittura tentato una piccola trasgressione, spostando completamente un cartello per fare una fotografia. E la scarica di mitra non mi è arrivata.

Nemmeno un guardiano che mi bacchettasse in mandarino, se è per questo. Pertanto, suppongo che il sistema di spionaggio intelligente sia anche capace di chiudere un occhio.

Non è per difenderli ma diciamo che, vedendo la magnificenza del luogo, se uno lo imbrattasse, sarei d’accordo col sanzionarlo, e anche con la sottrazione di qualche punto dalla patente morale. Questioni di punti di vista, lo so. Comunque sia, vi incoraggio a specchiarvi nei canali color giada di questa nuvolosa laguna asiatica, a salire tutte le ripide scale che vi troverete davanti, anche se costa fatica, e a soffermarvi sui dettagli degli intarsi e delle sculture, senza incidere cuori o iniziali nel legno centenario né lasciare lucchetti sui suoi ponti. Se sarete così bravi da procedere in silenzio di prima mattina, i vostri passi saranno il tamburo che accompagna la dolcezza del flauto e si espande nell’aria assieme ai fumi inebrianti del cibo appena cotto.

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